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Diabete: l’incretina non aumenta il rischio di ‘scompenso cardiaco’

di Maria Rita Montebelli domenica 27 marzo 2016

3' di lettura

Uno studio osservazionale su circa 1,5 milioni di pazienti canadesi, americani e inglesi pubblicato sul New England Journal of Medicine potrebbe dire la parola fine sul paventato rischio di scompenso cardiaco correlato all’assunzione di DPP-4 inibitori  o di GLP-1 analoghi. Dal confronto con le altre terapie anti-diabete orali non emerge infatti alcun aumento di rischio. Gli autori ritengono che i controversi risultati emersi dagli studi di safety cardiovascolare sulle incretine siano da attribuire alla scarsa numerosità del campione. Alcuni recenti studi sulla safety cardiovascolare delle terapie basate sulle incretine hanno suggerito un possibile aumento del rischio di scompenso cardiaco collegato a queste terapie. In particolare, nello studio SAVOR-TIMI 53  (Saxagliptin Assessment of Vascular Outcomes Recorded in Patients with Diabetes Mellitus–Thrombolysis in Myocardial Infarction), i pazienti randomizzati alla terapia con saxagliptin hanno presentato un aumento del 27% del rischio di ricovero per scompenso cardiaco, rispetto al gruppo di controllo. Un dato tuttavia non confermato dallo studio EXAMINE (Examination of Cardiovascular Outcomes with Alogliptin versus Standard of Care), né dallo studio TECOS (Trial Evaluating Cardiovascular Outcomes with Sitagliptin), condotti rispettivamente con alogliptin e sitagliptin. Anche i risultati degli studi osservazionali condotti al riguardo non hanno fornito risultati univoci. Questo apparente aumentato rischio di scompenso cardiaco, correlato alle terapie incretiniche potrebbe avere un’altra spiegazione e cioè che questi studi non hanno una potenza sufficiente per esplorare questa questione. Partendo da questo presupposto, gli autori dello studio pubblicato sul NEJM hanno esaminato i dati relative a diverse coorti di pazienti, allo scopo di valutare se, nella pratica clinica reale, l’impiego delle terapie basate sulle incretine, rispetto alle associazioni di antidiabetici orali ‘tradizionali’, si associ ad un aumentato rischio di scompenso cardiaco. Lo studio è stato condotto nell’ambito dei Canadian Network for Observational Drug Effect Studies (CNODES). Gli autori hanno esaminato i database relativi a un totale di circa 1,5 milioni di pazienti con diabete di quattro province canadesi (Alberta, Manitoba, Ontario e Saskatchewan), degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Applicando un’analisi caso controllo innestata in una coorte (nested, ‘nidificata’), gli autori hanno abbinato ogni paziente ricoverato per scompenso cardiaco con un numero fino a 20 controlli, tutti dello stesso sesso, età, data d’ingresso nella coorte, durata del diabete in trattamento, tempo di follow-up. In questa corposa casistica di pazienti, sono stati individuati 29.741 casi di ricovero per scompenso cardiaco (9,2 eventi per 1000 persone per anno). Il tasso di ricovero per scompenso cardiaco non è risultato aumentato tra i soggetti in trattamento con incretine, rispetto ai soggetti in trattamento con associazioni di altri anti-diabetici orali e questo né tra i pazienti con storia di scompenso, né in quelli senza storia di questa condizione. I risultati sono stati simili tanto per i DPP-4 inibitori che per gli analoghi del GLP-1. Gli autori concludono dunque che l’impiego di terapie basate sulle incretine nel trattamento del diabete di tipo 2 non si associa ad un aumentato rischio di scompenso cardiaco. Lo studio è stato finanziato dai Canadian Institutes of Health Research. Sempre di questi giorni è la pubblicazione di una review su tutti gli studi condotti finora sulle incretine, pubblicata su Journal of American College of Cardiology. Gli autori, relativamente alla questione ‘scompenso cardiaco’ e avendo a disposizione solo i risultati degli studi di safety cardiovascolare finora pubblicato, giudicano il rischio di scompenso cardiaco ‘piccolo’ e attribuibile soprattutto al saxagliptin. Il rischio di scompenso cardiaco relativo agli analoghi recettoriali del GLP-1 resta invece ancora da stabilire. In generale tuttavia, fanno notare gli autori, relativamente ai 2-4 anni di durata degli studi finora pubblicati,  con questi farmaci non è stato osservato alcun beneficio sugli outcome cardiovascolari. (MARIA RITA MONTEBELLI)  http://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa1506115#t=abstract http://content.onlinejacc.org/article.aspx?articleid=2505147&_ga=1.262860620.1903692835.1414699935

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