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Dna di ricambio per cuori con difetti di fabbrica

Una scienziata italiana di fama mondiale premiata al congresso della società europea di cardiologia
di Maria Rita Montebelli martedì 3 settembre 2013

3' di lettura

Vent’anni fa neppure si sapeva cosa fossero le channelopatie e oggi già si affaccia concreta la speranza di poterle cancellare presto con la terapia genetica. Una delle artefici di questa rivoluzione prossima ventura è Silvia Priori, una scienziata di fama mondiale e dal sorriso gentile che ogni mese fa la pendolare della ricerca tra le università di Pavia e di New York, formando giovani leve e intessendo una solida trama di contatti tra ‘cervelli’ di tutto il mondo, dalla Cina ad Israele. Per le sue ricerche di una vita in questo campo, quest’anno le è stato conferito il premio ‘René Laennec’ per la cardiologia clinica al congresso della Società Europea di Cardiologia (vedi foto). Le channelopatie (o malattie dei canali ionici) sono malattie misteriose e invisibili, capaci di strappare via giovani vite in una manciata di secondi. Il cuore di chi ne è affetto è anatomicamente normale e anche l’elettrocardiogramma a riposo non mostra segni d’allarme. Eppure, uno sforzo come quello di una partita a calcetto o una forte emozione possono scatenare nel cuore di queste persone un inferno dal nome complicato, come quello di tachicardia ventricolare catecolaminergica (CPVT). Buona parte della sua vita di ricerche la professoressa Priori l’ha passata a studiare proprio la CPVT, una malattia che colpisce una persona su 10 mila e che si manifesta soprattutto in bambini di una decina d’ anni (ma a volte anche in età neonatale) con svenimenti inspiegabili e ripetuti. Ma anche con la morte improvvisa. Purtroppo, anche dove si potrebbe intervenire con la terapia (beta-bloccanti e flecainide), molto spesso la diagnosi non viene fatta in tempo, proprio perché questa è una malattia rara e sconosciuta. Per tutte le malattie rare, e le aritmie causate da geni aberranti non fanno eccezione, è molto importante ‘collezionare’ quanti più casi possibile, cioè allestire dei ‘registri’; a quello per la CPVT la Priori ha cominciato a lavorare dal 1998 e oggi è uno dei più grandi del mondo. Osservando gli elettrocardiogrammi dei pazienti con CPVT, la Priori ha rilevato delle somiglianze con quelli dei soggetti con intossicazione da digitale; di qui l’idea che il responsabile della malattia potesse essere un gene codificante un recettore cardiaco ‘difettoso’, quello della rianodina. Anni di intuizioni confermate da esperimenti ingegnosi le hanno permesso di scoprire che sono proprio le mutazioni del gene hRyR2 le responsabili della forma autosomica dominante della malattia. Nel frattempo altri ricercatori scoprivano che la forma recessiva della CPVT era dovuta alla mutazione del gene per la calsequestrina (CASQ2). Ed è proprio su questo secondo gene che si è appuntata la sua attenzione, alla ricerca di una terapia per questa condizione. L’idea tanto semplice quanto complessa da mettere in pratica è stata quella di sfruttare il ‘passaggio’ di un virus per iniettare il pezzetto di informazione mancante, il gene CASQ2 normale, nel DNA di topini ‘costruiti’ in laboratorio col gene difettoso. Il trattamento nei topini è stato un successo: una singola iniezione è bastata a correggere questo ‘difetto di fabbrica’, senza che il vettore virale prendesse altre iniziative imprevedibili e pericolose. Dimostrata l’efficacia e la sicurezza di questo metodo di trattamento (che dovrebbe essere presto brevettato) negli animali da esperimento, si tratta adesso di vedere se la stessa cosa potrà funzionare anche nell’uomo. È tutto pronto, ma naturalmente bisogna passare attraverso l’approvazione delle autorità regolatorie e riuscire a trovare la copertura economica per lo studio, stimata intorno ai 5 milioni di euro. (LAURA MONTI)

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