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Una dieta per l’insufficienza renale

La terapia nutrizionale dietetica rallenta la progressione della patologia e allontana nel tempo il ricorso alla dialisi. Con un risparmio per lo Stato e minori comorbilità per il paziente
di Maria Rita Montebelli domenica 6 gennaio 2013

2' di lettura

Un ‘dramma’, quello dell’insufficienza renale cronica (IRC), purtroppo molto ben conosciuto: come un metronomo ossessivo, il passare del tempo finisce con il compromettere il nostro organismo e costringe il paziente a ricorrere al trattamento sostitutivo dialitico. Costi enormi, difficoltà logistiche e tempo di trattamento rendono la vita del paziente dializzato un calvario pesantissimo, per di più con costi crescenti anche per la comunità. Secondo alcune evidenze scientifiche confermate dagli studi del ‘Gruppo Renale Cochrane’ il ricorso ad una terapia dietetica nutrizionale (TDN) aproteica avrebbe effetti positivi sul rallentamento della progressione della patologia, con una riduzione relativa del rischio di morte renale pari al 31%. Inoltre, numerosi studi dimostrano il ruolo chiave della TDN nel prevenire e/o controllare le alterazioni metaboliche e le complicanze cliniche. In Italia la distribuzione dei prodotti nutrizionali aproteici non è a carico del Servizio Sanitario Nazionale, dal momento che non è inserita nei cosiddetti ‘Livelli Essenziali di Assistenza’, per cui le Regioni sono libere di scegliere se rimborsarli o meno ai pazienti. Insomma, la solita Italia a macchia di leopardo. Proprio con l’obiettivo di nuovi percorsi diagnostico-assistenziali che possano costituire la base di nuovi modelli gestionali da declinare in funzione delle diverse realtà regionali, la Società Italiana di Nefrologia (SIN) ha recentemente pubblicato un documento con i Suggerimenti di pratica clinica e di applicazione delle Linee Guida per la Terapia nutrizionale nell'IRC in fase conservativa, recentemente presentato dall’Associazione Parlamentare per la Tutela e la Promozione del Diritto alla Prevenzione, dalla Società Italiana di Nefrologia, dalla Società italiana di Medicina Generale, dal Forum Nazionale delle Associazioni di Nefropatici, Trapiantati d’organo e di volontariato e da Cittadinanzattiva. “La terapia dietetica nutrizionale aproteica dovrebbe essere iniziata dai pazienti con insufficienza renale cronica fin dalle fasi iniziali della malattia così da controllare le numerose complicanze cliniche e metaboliche associate – ha detto Giovanbattista Capasso, Presidente della SIN – perché la terapia dietetica rallenta l’evoluzione della malattia allontanando l’inizio della terapia dialitica e questo determina sia minori comorbidità per il paziente sia un risparmio di risorse, visto che il costo della terapia dietetica è di gran lunga inferiore a quello della dialisi”. Risparmi che uno studio coordinato dal professor  Francesco Mennini dell’Università di ‘Tor Vergata’ di Roma ha quantificato con precisione: “grazie alle dialisi che si eviterebbero aumentando la popolazione trattata con la dieta ipoproteica, i risparmi aumenterebbero anno dopo anno – ha detto Mennini - circa 35 milioni di Euro a 3 anni, 160 milioni di Euro a 5 anni fino ad arrivare a circa 500 milioni di Euro a 10”. Dello stesso parere anche Giuseppe Canu, Presidente del ‘Forum Nazionale Associazioni di Nefropatici, Trapiantati d’organo e di volontariato’: “Gli attuali LEA non prevedono l’erogazione a carico del SSN degli alimenti aproteici, che per un mese di somministrazione costano 200 euro – ha detto Canu – mentre un mese di terapia sostitutiva con la dialisi costa circa 3.000 euro”. (PAOLO BIANCHI)

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