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Rivoluzione all’orizzonte nella terapia delle trombosi

L’edoxaban, un farmaco venuto da Oriente, potrebbe mandare presto in pensione il vecchio veleno per topi americano
di Maria Rita Montebelli domenica 1 settembre 2013

3' di lettura

E’ ispirato nel nome al grande artista giapponese Hokusai ed è uno studio che sicuramente lascerà il segno nel trattamento della trombosi venosa profonda e dell’embolia polmonare, condizioni tanto poco conosciute al grande pubblico, quanto mortali. Hokusai-VTE presentato oggi al congresso della Società Europea di Cardiologia in corso ad Amsterdam e contemporaneamente pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha dimostrato che l’edoxaban un nuovo anticoagulante orale dell’azienda giapponese Daiichi-Sankyo è altrettanto efficace della terapia tradizionale a base di warfarin, ma allo stesso tempo molto più sicuro di questa, nel trattamento della malattia trombo embolica. Che sia indispensabile riconoscere e trattare una trombosi venosa profonda è fuori questione, come dimostrano i numeri. La malattia tromboembolica (trombosi venosa profonda ed embolia polmonare) è un’epidemia silenziosa e un big killer allo stesso tempo. Le stime parlano di circa 430 mila casi di embolia polmonare e 680 mila casi di trombosi venosa profonda in Europa, responsabili di circa 540 mila morti ogni anno. Questo pone questa condizione al terzo posto nella classifica delle malattie cardiovascolari più letali, subito dietro a infarti e ictus. La terapia è stata affidata fino ad oggi alle eparine a basso peso molecolare seguite dal warfarin. Ma i risultati dell’Hokusai VTE, spianano chiaramente la strada all’edoxaban, un anticoagulante del nuovo millennio. “I risultati di questo studio – afferma il professor Henry Büller, autore dello studio e direttore del dipartimento di medicina vascolare, Accademic Medical Center, Amsterdam – dimostrano che l’doxaban somministrato una volta al girono è altrettanto efficace del warfarin nel ridurre le recidive di malattia tromboembolica sintomatica,  ma è decisamente più sicuro”. Lo studio, condotto in 37 Paesi in tutto il mondo, ha arruolato 8.292 pazienti con trombosi venosa profonda o embolia polmonare, assegnati dopo cinque giorni di eparina, al trattamento con warfarin o edoxaban, per almeno tre mesi e fino ad un massimo di un anno, a giudizio dei medici curanti. A un anno dall’inizio dello studio, i ricercatori hanno valutato quanti pazienti nei due gruppi presentavano una recidiva di malattia tromboembolica ‘sintomatica’ (cioè una recidiva di trombosi venosa profonda, di embolia polmonare fatale o non). I pazienti trattati con edoxaban hanno presentato risultati di efficacia non inferiori a quelli trattati con warfarin che è a tutti gli effetti un farmaco molto efficace, ma pericoloso, soprattutto sul fronte delle complicanze emorragiche. Il trattamento con edoxaban è invece risultato superiore al warfarin, in termini di sicurezza, con un 20% di episodi di sanguinamento (incluse le temibili emorragie cerebrali) in meno, rispetto al warfarin. La trombosi venosa profonda è una malattia grave e insidiosa perché spesso i sintomi d’allarme sono aspecifici e sfumati. Un dolore ad una gamba, che aumenta rapidamente di volume, mentre la cute che la ricopre diventa calda e assume un colore rosso-violaceo può essere la spia di una trombosi venosa profonda. Ma quel che è peggio è che il coagulo che causa la trombosi venosa può facilmente frammentarsi e passare in circolo, per andarsi ad  ‘incastrare’ nelle arterie polmonari, provocando la temibile e spesso fatale embolia polmonare. Il paziente può allora avvertire un dolore al torace, presentare tosse secca o espettorare muco misto a sangue, avere un’accelerazione del battito cardiaco e della respirazione con la sensazione di non farcela a respirare. Purtroppo nel 20% dei casi il ‘sintomo’ d’esordio dell’embolia polmonare è la morte improvvisa. Per questo è importante riconoscere subito questa condizione e trattarla con gli anticoagulanti. Fino ad oggi la terapia era affidata alle eparine a basso peso molecolare per i primi giorni, seguite dal warfarin, un farmaco nato come veleno per topi, molto difficile da somministrare correttamente a causa delle tante interferenze che presenta con altri farmaci, con il cibo e perché il dosaggio viene stabilito sulla base di un esame del sangue, l’INR che il paziente è costretto a controllare ogni 1-2 settimane. L’edoxaban viene somministrato a dosaggi fissi (60 mg una volta al giorno o 30 mg al giorno nei pazienti con insufficienza renale e in quelli che pesano meno di 60 Kg), senza il correre il rischio di scoagulare troppo o troppo poco il paziente, non presenta interferenze con il cibo e interferisce solo con alcuni farmaci ma in maniera comunque prevedibile. (LAURA MONTI)

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