I volti generati dall’intelligenza artificiale sono ormai così realistici da risultare, in molti casi, indistinguibili da quelli reali. Una situazione che apre problemi sempre più seri: dalla diffusione di disinformazione alle truffe online, fino all’uso improprio delle immagini per frodi e manipolazioni. Di fronte a questa evoluzione, una nuova ricerca pubblicata sulla rivista scientifica PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences) suggerisce un approccio diverso: invece di affidarsi solo agli algoritmi, si può migliorare anche la capacità degli esseri umani di riconoscere i volti artificiali.
I deepfake sono immagini o video generati dall’intelligenza artificiale in grado di riprodurre volti umani con un livello di realismo sempre più elevato. Secondo gli studiosi, oggi le differenze tra un volto reale e uno creato dall’IA sono spesso impercettibili a occhio nudo. Questo rappresenta un rischio crescente per la sicurezza delle informazioni. Le tecniche automatiche di rilevamento esistono, ma non sono sempre affidabili e funzionano come una sorta di “scatola nera”, difficile da interpretare e vulnerabile ai cambiamenti continui della tecnologia. In passato si è cercato di insegnare alle persone a individuare piccoli difetti nei volti generati dall’IA, come imperfezioni negli occhi, nelle orecchie o nelle proporzioni del viso. Tuttavia, questi metodi si sono rivelati poco efficaci: i miglioramenti sono stati minimi e, in alcuni casi, le persone hanno persino iniziato a sbagliare più spesso, confondendo volti reali con quelli artificiali.
Il motivo è semplice: i sistemi di IA stanno diventando sempre più precisi e riescono a eliminare proprio quei difetti che prima potevano essere individuati facilmente. Lo studio pubblicato su PNAS propone un approccio diverso. Invece di insegnare alle persone a cercare difetti specifici, i ricercatori hanno addestrato i partecipanti a cogliere impressioni più generali e intuitive dei volti. L’idea nasce da un’osservazione importante: i volti creati dall’IA tendono ad apparire più “medi”, cioè più simmetrici, regolari e meno caratteristici rispetto ai volti reali, che invece sono più vari e distintivi. Secondo i ricercatori, senza un’adeguata formazione le persone percepiscono queste differenze in modo inconsapevole, ma non sanno utilizzarle per riconoscere i deepfake. All’esperimento hanno partecipato 45 persone. Dopo una breve fase di addestramento, i partecipanti hanno mostrato un miglioramento significativo nella capacità di distinguere i volti reali da quelli generati dall’intelligenza artificiale. In media, la loro precisione è quasi raddoppiata. Alcuni partecipanti hanno raggiunto livelli di accuratezza quasi perfetti. Inoltre, è emerso un dato interessante: dopo l’addestramento, le persone erano anche più consapevoli dei propri giudizi e valutavano meglio la propria sicurezza nelle risposte.
Un ulteriore test ha confermato che i risultati non dipendevano semplicemente dalla pratica ripetuta, ma proprio dal tipo di addestramento utilizzato. Secondo i ricercatori citati da PNAS, questo metodo potrebbe rappresentare una difesa più stabile rispetto agli approcci basati solo sugli algoritmi, che possono essere aggirati con l’evoluzione delle tecnologie di generazione delle immagini. L’idea è che, invece di insegnare a riconoscere singoli dettagli, sia più efficace allenare le persone a percepire schemi più generali e intuitivi, che derivano direttamente da come l’intelligenza artificiale “costruisce” i volti. Nonostante i risultati promettenti, gli studiosi avvertono che non esiste una soluzione definitiva. I deepfake continueranno a migliorare e sarà necessario aggiornare costantemente i metodi di difesa.
In futuro, spiegano i ricercatori, potrebbe essere utile combinare l’intelligenza umana con quella artificiale, creando sistemi ibridi di controllo. Anche strumenti di formazione digitale diffusi su larga scala potrebbero aiutare a migliorare la consapevolezza del pubblico. La ricerca pubblicata su PNAS mostra che, anche in un mondo in cui l’intelligenza artificiale diventa sempre più sofisticata, il ruolo dell’essere umano non è destinato a scomparire. Al contrario, può diventare parte attiva nella difesa contro la disinformazione, a patto di essere adeguatamente formato. La sfida dei prossimi anni sarà quindi duplice: migliorare la tecnologia di rilevamento e, allo stesso tempo, allenare meglio la capacità critica delle persone.