Quando un tumore arriva fino alle ossa che circondano il cervello, non si limita a occupare nuovo spazio: può anche cambiare l’ambiente che lo circonda e mettere fuori uso, almeno in parte, alcune delle vie attraverso cui il sistema immunitario cerca di raggiungerlo. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Nature, che ha portato l’attenzione su un meccanismo finora poco considerato e che potrebbe aiutare a spiegare perché alcune metastasi che si sviluppano nelle ossa del cranio riescano a crescere nonostante la presenza delle difese immunitarie. Il punto centrale della ricerca riguarda gli osteoclasti, cellule che normalmente hanno un compito del tutto naturale e indispensabile: eliminare il tessuto osseo vecchio per permettere all’osso di rinnovarsi continuamente. Quando però le cellule tumorali arrivano nell’osso e formano una metastasi, gli osteoclasti possono essere fortemente attivati e iniziare a consumare il tessuto osseo in modo più intenso. Ed è proprio qui che, secondo i ricercatori, può nascere il problema. Nelle zone del cranio vicine al cervello esiste infatti una rete di piccoli vasi linfatici che svolge un ruolo importante nel drenaggio dei liquidi e nei rapporti tra i tessuti e il sistema immunitario.
Quando il tumore stimola l’attività degli osteoclasti, la distruzione dell’osso può interferire con questi vasi e compromettere una parte dei segnali che permettono alle difese dell’organismo di accorgersi della presenza del tumore e reagire. In pratica, mentre il tumore cresce, può contribuire a danneggiare una delle “strade” attraverso cui il sistema immunitario comunica con i tessuti, rendendo più difficile organizzare una risposta efficace proprio nel punto in cui servirebbe maggiormente. È un meccanismo che mostra quanto il cancro sia capace di modificare l’ambiente che lo circonda: non sono soltanto le cellule tumorali a cambiare, ma anche le cellule sane che si trovano nelle loro vicinanze possono essere coinvolte e finire per favorire, involontariamente, la progressione della malattia. Gli osteoclasti, in questo senso, non sono cellule tumorali e non diventano maligne, ma la loro normale attività viene sfruttata dal tumore per modificare il tessuto osseo e creare condizioni più favorevoli alla propria crescita. Il risultato è una sorta di circolo vizioso nel quale la metastasi altera l’osso, l’alterazione dell’osso interferisce con i vasi linfatici e il sistema immunitario può incontrare maggiori difficoltà nel riconoscere e contrastare le cellule malate. La scoperta è particolarmente interessante perché le metastasi che interessano le ossa del cranio si trovano in una posizione molto particolare, a stretto contatto con le strutture che proteggono il cervello, e rappresentano quindi un ambiente nel quale i rapporti tra tumore, tessuto osseo e sistema immunitario possono assumere caratteristiche diverse rispetto a quelle osservate in altre parti dell’organismo.
Gli autori dello studio hanno così individuato un possibile punto sul quale intervenire in futuro: se si riuscisse a limitare l’attività degli osteoclasti responsabile di queste alterazioni o a proteggere i vasi linfatici dal loro effetto, si potrebbe forse mantenere più efficiente la comunicazione con il sistema immunitario e rendere più difficile la crescita della metastasi. È ancora presto per parlare di una nuova terapia, perché questi risultati devono essere approfonditi e verificati anche nei pazienti, ma la ricerca apre una strada interessante soprattutto per comprendere meglio il comportamento delle metastasi vicino al cervello. Per molto tempo, infatti, si è guardato soprattutto alle cellule tumorali per capire come una malattia riesca a diffondersi, mentre oggi diventa sempre più evidente che una parte della storia si svolge intorno al tumore, nei tessuti che lo circondano e che possono essere trasformati, manipolati o danneggiati durante la sua crescita. In questo caso, una cellula che normalmente serve a mantenere in salute le nostre ossa potrebbe finire per aiutare, indirettamente, il tumore a nascondersi dalle difese dell’organismo, e proprio questa scoperta potrebbe offrire alla ricerca un nuovo bersaglio per provare, in futuro, a interrompere il meccanismo.