Il maestro Riccardo Muti non condanna preventivamente Beatrice Venezi. Anzi. Da magistrale direttore d’orchestra quale è, con un tocco della sua virtuosa bacchetta, capace di armonizzare anche virtuosi controcanti, presentando il suo ritorno a Torino al Teatro Regio, dove dirigerà il Macbeth, capolavoro shakespeariano musicato da Verdi, chiama una doverosa pausa rispetto alle eccessive polemiche che da quasi sei mesi hanno preso di mira la giovane collega toscana, designata, a partire dal prossimo ottobre, come direttrice del Teatro La Fenice di Venezia. Lo fa con stile Muti. Senza polemizzare né esprimere giudizi. Spazzando via, però, anche i fastidiosi pregiudizi usati contro Venezi dagli orchestrali sindacalizzati de La Fenice. «Non giudico su persone che fanno la stessa professione, secondo non l’ho mai vista dirigere quindi non posso esprimermi e anche se l’avessi vista non darei un commento perché lo troverei sgradevole. Leggo tante cose sui giornali. Lasciatela dirigere e poi le orchestre varie e i cori vari decideranno, pensando che nella storia che ci sono direttori che in un teatro con un’orchestra funzionano benissimo e con altre no». Parole semplici e dirette, quelle del maestro Muti che specie in un periodo in cui sparare sul bersaglio Venezi in quanto politicamente scorretto, pare essere diventato il nuovo sport nazionale – suona come una salutare e per nulla stonata stecca nel coro. I soloni del “pensiero unico” che hanno alzato un autentico fumus persecutionis contro Venezi, evidentemente, da Muti si aspettavano l’ennesimo endorsement alla loro causa. Il maestro napoletano, invece, ha scelto la via più sensata e onesta: quella della misura.
Per dirigere l’ennesima versione del Macbeth, opera che è una sorta di totem per il maestro, oltre ad essere quella più volte incrociata nella sua carriera, Muti ha detto di aver studiato ex novo la partitura. Sarà perché in regia c’è la figlia Chiara Muti. «Tra noi sul lavoro c’è il rapporto tra una regista e un direttore d’orchestra. Abbiamo anche discusso a volte...» ha ammesso il musicista. Per il resto è il Muti che conosciamo: rigoroso, quasi ascetico. Che dice di aver ridotto le sue presenze nei teatri perché «in tanti non si lavora bene». Al Regio, però, dice di aver trovato un ambiente serio, rispettoso, all’altezza. Ma proprio mentre a Torino si celebra la grande musica, a Venezia continua la guerriglia contro la nomina di Venezi alla guida del Teatro La Fenice. C’è un comitato che protesta, sindacati che scrivono lettere, comunicati indignati per un’intervista rilasciata dalla direttrice al quotidiano argentino Clarin. Lei parla di «paura del nuovo» di «abbonati anziani», della necessità di non trasformare i teatri in musei. Apriti cielo. Le rispondono che è offensiva, che i dati la smentiscono sugli “over 80”, che innovare non significa fare cassa coi turisti.
Venezi, dal canto suo, rivendica di essere finita nel mezzo di una battaglia politica e di aver pagato anche il fatto di essere donna in un ambiente ancora segnato da molto machismo. Parole che possono piacere o no. Ma che descrivono un dato: la musica, in Italia, è diventata terreno di scontro ideologico. E qui il gesto di Muti pesa. Del resto, chi meglio di lui sa che il rapporto tra direttore e orchestra è una questione di alchimia? Ci sono bacchette che funzionano a Chicago e non a Roma, a Napoli e non a Milano. La storia è piena di carriere sbocciate in un teatro e naufragate in un altro. Pretendere di stabilire oggi, per decreto, il destino veneziano di Venezi è un esercizio più politico che musicale. Muti, però non si presta al tiro al bersaglio. Non entra nel coro degli indignati, né in quello dei tifosi. Fa quello che un grande maestro dovrebbe fare: ricordare che il giudice ultimo, in teatro, è il suono. Che saranno le orchestre, i cori, il pubblico a decidere. Non certo coi comunicati.