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Andrea Pucci, se gli artisti vengono giudicati per quello che pensano

Dal recente caso del passo indietro del comico a Sanremo fino a Beatrice Venezi: così i social emettono sentenze immediate e spesso irrevocabili, capaci di rendere impraticabile, in poche ore, una scelta professionale
di Enrico Stinchelli lunedì 9 febbraio 2026

3' di lettura

Ci risiamo. Un invito che diventa un caso, un artista che finisce sotto processo prima ancora di salire sul palco, una tempesta di indignazione che si scatena sui social e rende impraticabile ciò che, fino a poche ore prima, sembrava normale amministrazione. È in questo clima che si colloca la rinuncia di Andrea Pucci a una presenza al Festival di Sanremo. Pucci ha parlato di insulti, di minacce, di una spirale di aggressività che nulla aveva più a che fare con il lavoro artistico. Ed è proprio da qui che occorre partire: nessuna forma di intimidazione è giustificabile, a prescindere dalle idee politiche, dalle simpatie o dalle antipatie personali. Questo dovrebbe essere un punto condiviso, preliminare, non negoziabile e invece, sempre più spesso, non lo è. Non è un meccanismo che colpisce solo il mondo della comicità o dell’intrattenimento. Lo si è visto anche in ambiti che dovrebbero essere, per definizione, più impermeabili alla polarizzazione politica. La direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, nonostante prove musicali ampiamente riconosciute come solide ed efficaci, continua a essere oggetto di una contestazione che travalica il giudizio artistico e assume i tratti della gogna mediatica permanente. Anche in questo caso, l’opera e il risultato passano in secondo piano rispetto all’identità attribuita alla persona.

La vera novità del nostro tempo è che i tribunali non sono più soltanto quelli previsti dall’ordinamento. Accanto ai giudici togati si sono affermati tribunali informali, rapidissimi e privi di garanzie: Facebook, Instagram, TikTok, YouTube. Luoghi in cui si emettono sentenze immediate e spesso irrevocabili, capaci di rendere impraticabile, in poche ore, una scelta professionale. È qui che la riflessione diventa inevitabilmente più ampia e più scomoda. Perché questo tipo di mobilitazione, questo linciaggio reputazionale, si orienta quasi sempre nella stessa direzione politica? Perché colpisce prevalentemente artisti, intellettuali, figure pubbliche percepite come non allineate a un certo sentire progressista dominante? La risposta non sta in un complotto, né in una regia occulta. Sta nella storia. Il mondo dello spettacolo italiano nasce e si struttura, nel secondo dopoguerra, all’interno di una forte egemonia culturale progressista. Cinema, teatro, editoria, televisione pubblica si sono formati dentro reti, linguaggi e codici condivisi, che hanno identificato a lungo la sinistra non solo come opzione politica, ma come orizzonte morale.

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Questa impostazione ha anche una radice teorica precisa. Nel pensiero di Antonio Gramsci, l’egemonia culturale non è semplice influenza, ma capacità di definire ciò che appare naturale, legittimo, “giusto”. Col tempo, però, ciò che nasceva come progetto culturale si è irrigidito fino a trasformarsi in una forma di superiorità morale: non più un confronto tra visioni del mondo, ma una linea di demarcazione tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è. Questa egemonia non è mai stata totale né priva di contraddizioni. La Rai, per esempio, è stata per decenni il luogo della lottizzazione, non di una sola parte. E tuttavia il lessico, i riflessi condizionati, le categorie del “bene” e del “male” sono rimaste sorprendentemente stabili. Nell’era dei social, quelle stesse categorie si sono trasformate in strumenti di pressione dal basso, apparentemente spontanei, in realtà potentissimi. Il paradosso è evidente. Mentre una parte della sinistra accusa il governo di “aver messo le mani” sulla cultura e sullo spettacolo, la realtà quotidiana mostra spesso l’opposto: nessuna censura formale, ma una censura informale e preventiva, esercitata attraverso la paura della tempesta mediatica. Viviamo così in una perenne campagna elettorale, in cui tutto viene immediatamente politicizzato e in cui l’identità conta più del lavoro, l’etichetta più della competenza. In questo clima, la rinuncia di Pucci non è una vittoria di qualcuno né una sconfitta di qualcun altro. È una sconfitta dello spazio comune, dell’idea che la cultura possa essere un luogo plurale, attraversato da differenze, non una trincea. La domanda finale è semplice, e proprio per questo inquietante: vogliamo davvero un Paese in cui un artista venga giudicato prima per ciò che pensa – o per ciò che gli viene attribuito – e solo dopo, forse, per ciò che sa fare? Se la risposta è no, allora il problema non è Pucci, né Sanremo. È il clima che abbiamo accettato come normale e che normale non è affatto.

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