Non ci sarà un ultimo duello e nessun’altra battuta da imparare a memoria, con buona pace dei fan. Clint Eastwood ha scelto di uscire di scena nel modo più coerente con la sua leggenda: senza dare nessuna spiegazione. È bastata una frase del figlio Kyle, musicista jazz che ha lavorato alle colonne sonore di diversi suoi film, durante un concerto ad Amiens, in Francia: «Ora è in pensione. Ma sono stato molto fortunato a poter lavorare con lui su parecchi film». Nato a San Francisco nel 1930, Eastwood cominciò negli anni Cinquanta, mala svolta arrivò quando Sergio Leone lo trasformò nello straniero senza nome della Trilogia del dollaro. Un poncho, un sigaro, una pistola e quello sguardo ridotto a una fessura: così nascono le leggende. Poi venne l’ispettore Callaghan, poliziotto brutale e iconico, amatissimo e contestato. Nel 1971 debuttò dietro la macchina da presa con Brivido nella notte e da allora non ha più smesso di costruire film come un vero artigiano. Mentre cambiavano le stagioni del cinema americano, Eastwood restava un’anomalia produttiva. Con la sua Malpaso Productions ha difeso un’idea quasi estinta: film girati rapidamente, controllando i costi, senza l’ansia di voler compiacere il mercato. Eastwood non ha attraversato Hollywood da reduce, l’ha attraversata da uomo libero.
ATTORE E REGISTA
Hollywood l’aveva bollato come un attore di genere, ma lui si è preso tutto con gli interessi: con Gli spietati e Million Dollar Baby ha vinto quattro Oscar personali, due per la regiae due da produttore del miglior film. Da attore ha costruito un mito, ma come regista ha trovato la vera grandezza. Il punto è che Eastwood ha scelto di cambiare passo, ha continuato a correggere la propria traiettoria, e noi con lui attraverso la sua macchina da presa. Dopo avere incarnato il vendicatore, ha smontato la leggenda della violenza: Gli spietati è un western contro il western, Gran Torino è il fantasma di Callaghan in un’America che non riconosce più, Million Dollar Baby un potente melodramma sul dolore e sulla dignità necessaria nella morte. E ancora, Mystic River una tragedia greca senza consolazione, American Sniper un film sul patriottismo e sul trauma mentre Sully è il racconto di un uomo che viene messo sotto accusa proprio per essersi assunto una responsabilità morale.
REGOLARITÀ
Anche nell’ultima fase ha continuato a girare con una regolarità impressionante: Ore 15:17 - Attacco al treno, Richard Jewell, The Mule, Cry Macho, fino a Giurato numero 2. E proprio l’ultimo titolo rende il ritiro ancora più simbolico. La vecchia alleanza tra Eastwood e Warner Bros., una delle più solide della Hollywood moderna, si è chiusa con un film dallo storytelling classico, uscito negli Stati Uniti con una distribuzione decisamente limitata, nonostante l’elogio della critica. No, non è un dettaglio secondario: Giurato numero 2 ruota attorno alla storia di un uomo comune che deve fare il giurato in un processo per omicidio. Un film sulla responsabilità, sulla colpa che non si cancella solo perché nessuno la vede. Ancora una volta, al centro non c’è l’eroe che salva il mondo, ma un cittadino costretto a guardare in faccia il prezzo delle proprie scelte. Farà la cosa giusta o no? Come molti dei suoi personaggi, Clint Eastwood ha scelto di uscire dall’inquadratura senza chiedere permesso, senza indulgere in conferenze stampa strappalacrime. Consoliamoci con la sua sterminata filmografia, e teniamoci stretta un’idea di cinema che Hollywood sembra aver ormai smarrito: mestiere, disciplina e narrazione. Niente sermoni, niente pedagogia buonista. Il vecchio Clint se ne va così, con quello sguardo di ghiaccio che ci ha fatto innamorare tutti. Ah, avercene di cowboy così.