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Il pittore che riuscì a dare vita perfino all’acqua delle piscine

Muore a 88 anni il maestro della Pop art che a ottant’anni iniziò a dipingere con la tecnologia. La sua opera più famosa è stata venduta a 90 milioni di dollari
di Paolo Bianchi sabato 13 giugno 2026

3' di lettura

È morto ieri a 88 anni David Hockney, l’artista inglese che stava sulla scena da quando ne aveva 25. Eppure di lui nel 1972, in occasione di una mostra di disegni e dipinti inaugurata a Manhattan alla galleria di André Emmerich, i tabloid newyorchesi scrivevano: «Ecco il ragazzo prodigio, che rischia di rimanere tale fino a quando le porte dell’ospedale geriatrico non si chiuderanno dietro di lui». Non è andata così, come sappiamo, tant’è che siamo qui a celebrarne la memoria ancora fresca, soprattutto dopo la mostra dell’anno scorso alla fondazione Louis Vuitton, riassuntiva di tutta la sua carriera. Che comprende anche le ardite sperimentazioni successive come quelle realizzate attorno agli ottant’anni sull’Ipad. Mala prima età dell’oro per il pittore di Bradford (West Yorkshire, non proprio il centro del mondo) è quella immediatamente posteriore al suo primo soggiorno a Los Angeles, dove nel 1966 aveva conosciuto il giovanissimo Peter Schlesinger, allora aspirante artista, suo allievo e modello in alcuni dei dipinti più celebri di Hockney.

La swinging London degli anni Sessanta si sta evolvendo nel decennio successivo, quando il regista britannico Jack Hazan decide di realizzare un film che celebri l’opera del suo connazionale proprio a partire da quella relazione erotico-affettiva a cui Peter aveva però deciso di dare un taglio. È un film che più di tutto racconta come è nato il ciclo degli Splash le tele dipinte a partire dalla metà degli anni Sessanta, come A Bigger Splash, che dà il titolo al film (e che lo dà anche a un film di Luca Guadagnino del 2015, ispirato alla stessa immagine, ma questo è un altro discorso). Nel 1972, anno di Portrait of an artist (Pool with Two Figures) destinata a diventare una delle opere di un artista vivente più pagate della storia (90 milioni nel 2018), il pittore si trovava a dover aprire un nuovo capitolo della sua vita, sia privata sia artistica. Nel 1964 se n’era andato in America dopo aver dichiarato polemicamente al Daily Mirror: «Vorrei proprio sapere perché il governo cerca di mandarci tutti a letto alle undici. Sono stufo, vado in America. Pensavo che Londra fosse eccitante. A paragone di Bradford lo è. Ma è niente in confronto a New York o San Francisco».

L’arco della sua vita fra quei due dipinti è segnato dunque da un rapporto fondamentale. È probabilmente lo snodo più importante della sua vita. Nel frattempo, anche l’Occidente cambiava faccia. Essere queer e libertini prima del Sessantotto in Europa era quasi ovunque un reato, altrove era semplicemente uno stile di vita alternativo. Il critico scozzese Ian Dunlop dell’Evening Standard a proposito della seconda mostra personale di Hockney scriveva che «senza dubbio il suo soggiorno in California ha avuto un effetto benefico sulla sua pittura. Il colore è più forte, il disegno più deciso, e l'integrazione di elementi stilistici conflittuali sulla superficie delle immagini è molto più soddisfacente». La vita di Los Angeles aveva ispirato l’artista più di quella nella madrepatria. Il critico lo definiva naif, dotato di una «meravigliosa innocenza» e sosteneva che «il merito principale del suo lavoro risiede nella sua capacità di trasformare gli accadimenti della sua vita di tutti i giorni in una personale esperienza visiva». Ma ancora non gli dava piena fiducia.

«Dipingo quello che voglio, quando voglio e dove voglio», ribatteva lui, tranchant. Intorno a Hockney, tornato a Londra con l’anima dolorante, sono presenti nel docu-film di Hazan le persone che più lo sostenevano nei momenti difficili: la designer Celia Birtwell, il gallerista John Kasmin, il curatore Henry Geldzahler, il suo assistente Mo McDermott (che fece da controfigura all’immagine di Schlesinger che si china sul bordo della piscina di Le Nid au Duc, nella campagna francese, quella del suo quadro più celebre). L’acqua come elemento simbolico, luminoso, a cospetto degli interni metropolitani, più grigi e raccolti, ovunque si respira un senso di attesa. Di solitudine, anche. Il passaggio di una coscienza infantile a una più matura. Dopo è venuto tutto il resto. Compresa la tecnologia.

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