Una volta funzionava così: se il pubblico applaudiva, avevi avuto successo e se ti fischiava, avevi preso una sonora bocciatura. Oggi, invece, nel mondo del Regietheater, succede esattamente il contrario: più vieni contestato, più puoi considerarti un regista affermato. È il teatro del mondo alla rovescia. L’ultima conferma arriva dal Festival di Salisburgo. Sulla carta era una Carmen di primissima scelta: Teodor Currentzis sul podio, alla guida della sua Utopia Orchestra, un ensemble internazionale formato da musicisti provenienti da alcune fra le migliori orchestre europee, costruito intorno a u’idea di suono cesellato fino al minimo dettaglio. In scena Asmik Grigorian e Jonathan Tetelman, due fra gli interpreti più interessanti del panorama lirico contemporaneo. Il risultato musicale è stato un trionfo. Poi è arrivata la regia di Gabriela Carrizo... e sono arrivati i fischi.
Per capire il motivo basta vedere la scenografia e raccogliere le prime impressioni degli spettatori. Una grande piscina sul palcoscenico, una donna anziana completamente nuda immersa nell’acqua, una scena grigia e plumbea, costumi altrettanto desolanti, una Siviglia che sembra aver perso il sole. Uno spettatore presente alla prova generale ha scritto: «Non ho capito perché ci fosse una piscina sul palcoscenico. E soprattutto perché vi fosse immersa una donna anziana completamente nuda.» Domanda semplice, alla quale, probabilmente, nessuno ha saputo rispondere. Il problema, però, non è che il pubblico non abbia capito.
Il problema è che ormai, se il pubblico capisce, qualcuno pensa che la regia abbia fallito.
Eppure il fischio ha sempre avuto un significato preciso. È la forma più antica di contestazione teatrale. Già Nerone, terrorizzato dall’idea di essere sommerso dai «buu», si era organizzato una claque pagata per applaudirlo (e guai a chi fischiava). Nei secoli il teatro ha conosciuto ogni genere di protesta: urla, ortaggi, fischi e persino episodi oggi impensabili. Come dimenticare ciò che accadde a Maria Callas? Alla Scala, durante la celebre Traviata di Visconti, i suoi nemici le lanciarono un mazzo di ravanelli invece dei fiori. La Divina, miope, li raccolse come fossero rose. Il baritono Giuseppe Valdengo raccontava che durante una Bohème a Parma al grande Mario Del Monaco venne perfino lanciato un gatto morto per una nota in falsetto emessa alla fine del terzo atto. Un episodio che oggi fa rabbrividire e che appartiene, fortunatamente, a un'altra epoca. Ma il principio era chiarissimo: il pubblico fischiava ciò che non approvava. Oggi, invece, quel significato sembra essersi capovolto.
Anni fa il regista Denys Krief mi raccontò che, dopo una Lucia di Lammermoor con Mariella Devia a Cagliari, una delle rarissime occasioni in cui anche la regia fu applaudita calorosamente, tornò a casa chiedendosi sconsolato: «Dove avrò sbagliato?» Era una battuta. Ma, come tutte le battute intelligenti, raccontava una verità: in certi ambienti il successo sembra misurarsi dall'intensità della contestazione. La cosa curiosa è che questa filosofia finisce per favorire proprio cantanti e direttore d'orchestra. Più la regia divide il pubblico, più gli interpreti diventano gli eroi della serata. Gli applausi per loro si trasformano quasi in un rifugio, in una forma di risarcimento. Placido Domingo, dopo una Juive a Vienna nella quale cantava in giacca e cravatta, me lo disse sorridendo: «È comodissimo. Non devo nemmeno cambiarmi: canto con il mio vestito.»
Una battuta che vale più di molte conferenze sul teatro contemporaneo. Poi, però, ricordo anche un'altra frase, stavolta di Hugo De Ana, che di regie (e belle) se ne intende: «A scanso di equivoci, io preferisco essere applaudito che fischiato». Forse il problema dell’opera di oggi è tutto qui. Se un giorno dovremo convincere il pubblico che il fischio è diventato un premio, non avremo modernizzato il teatro. Avremo cambiato il significato delle parole. E quando perfino una piscina con una vecchia nuda finisce per sembrare più importante della musica di Bizet, forse non è il pubblico ad aver perso la bussola.