Lasceremo ad altri il parlare dell’impegno civile di Francesco Guccini. Qua scriviamo di quanto e come la destra lo abbia amato (non tutta, non sempre) anche prima che una Giorgia Meloni giovanissima, al congresso di Azione giovani (formazione dei ragazzi di An) citasse i versi di Cirano: «Tornate a casa nani, levatevi davanti/ per la mia rabbia enorme mi servono giganti». Lui, rinchiuso nella sua Pavana a pensare ai tanti volti conosciuti come il pensionato che aveva cantato nell’album Via Paolo Fabbri 43, non ha mai ricambiato la cortesia, ostentando disprezzo per la destra al potere in Italia, osservando che non avevano cultura, raccontando che Giorgia Meloni lo aveva invitato a Atreju ma lui, con garbo, aveva rifiutato. E cantando poi, ad uso di una sinistra caotica e fattasi per lui incomprensibile, “o partigiano, portateli via”. I fascisti, ovviamente. Salvini, Meloni, Berlusconi contro cui “faremo la resistenza”. Accadeva cinque anni fa. In tanti ieri hanno ripreso quel video. Ma pochi sanno che coi “fascisti” Guccini ci aveva scritto un libro, C’eravamo tanto a(r)mati, curato da Maurizio Cabona e Stenio Solinas, uscito nel 1983. Lì aveva scritto dei suoi anni Settanta, confessando: «Io sono quello che in assoluto ha fatto meno canzoni politiche, eppure in quegli anni mi hanno preso per il più politicizzato».
EMOZIONI E IMPEGNO
La casa editrice di quel testo, che voleva essere suggello letterario del superamento agli anni di piombo e degli scontri, era Settecolori, la “Adelphi di destra” che oggi sforna uno dei migliori cataloghi dell’editoria italiana. Come tutti i grandi artisti Guccini ha vissuto la politica attraverso le emozioni, non faceva mancare il suo voto al Pd pur facendosi beffe del suo correntismo («del resto è così dal congresso di Livorno») e pur non avendo la tessera del partito. Anche se in una intervista del 2019 al Corriere della sera rifiutò di definirsi comunista: «Comunista io? Macché. Ero anche antisovietico. Cinque anni fa feci un endorsement per un consigliere di Leu, Igor Taruffi. Una persona che stimo molto. È di Porretta. Lui sì, viene dal Pci. Una sera gli ho detto che non sono mai stato comunista. Ha fatto una faccia...».
LE PIETRE MILIARI
Per i gucciniani di destra l’antifascismo di Guccini non è mai stato un problema. Contavano e contano solo le canzoni. L’Avvelenata prima di tutte. «È stata la prima canzone che ho imparato, strimpellando la chitarra», ha scritto su Facebook Mario Bortoluzzi, voce e leader del gruppo La Compagnia dell’Anello. «Ciao maestro, la tua musica è poesia», gli ha fatto eco Paola Frassinetti, sottosegretaria al Mim. Luca Zaia lo ha salutato così: «Si è spenta una leggenda». Ma l’omaggio è stato corale, convinto, sincero. Contavano e contano le canzoni, appunto. Guccini è stato tra i primi a cantare il dramma di Praga invasa dai carri sovietici. «Son come falchi quei carri appostati/ Corron parole sui visi arrossati/Corre il dolore bruciando ogni strada/E lancia grida ogni muro di Praga». Era il 1970. Guccini arrivò a paragonare l’eretico Jan Hus al giovane Jan Palach, il martire anticomunista che si diede fuoco a piazza San Venceslao il 16 gennaio del 1969. I roghi che creano miti, i miti che vengono raccolti dai giovani. Da ultimo si era fatto scrittore e si teneva lontano dalla mondanità. Nel cinema interpretò il ruolo del preside autoritario, e del resto nei panni del reazionario Guccini male non ci stava, anche se ciò avveniva a sua insaputa: non a caso in un album del 1972 metteva la foto dei bisnonni e lo intitolava Radici e nel 2017 ha dato alle stampe Il piccolo manuale dei giochi di una volta, viaggio serissimo tra i passatempi dei ragazzini degli sgarrupati anni Cinquanta.
SOGNO ANNI SESSANTA
Dei suoi anni Sessanta Guccini ha scritto in un libro di Walter Veltroni Il sogno degli anni ‘60, raccontando che non vedeva il Cantagiro ma ascoltava Dylan o i Beatles e che leggeva Ezra Pound e Borges. Nelle ultime interviste si rammaricava del fatto che gli italiani si fossero dimostrati allergici alla lettura e ammetteva (intervista a La Stampa del 2022) che l’unica riforma seria della scuola fu quella di Gentile. Ovviamente non amava i social ma neanche puntava l’indice contro la tv. Superati i tempi “avvelenati” confessava candidamente, con la saggezza bonaria dei vecchi, che anche lui guardava il Grande Fratello, col cipiglio un po’ snob, ma ci passava il suo tempo. Del resto di se stesso aveva detto in uno dei suoi versi fulminanti dei tarli che gli passavano per la mente, i pensieri di “uno che ha tanto tempo e anche il lusso di sprecarlo”. Ma Guccini il suo tempo non lo ha sprecato e ci ha regalato veri capolavori. Merita un grazie anche dai suo nemici politici.