La festa grande per la vittoria del No al referendum rischia di sfociare nel delirio di onnipotenza a sinistra. Lo specchio fedele dell’euforia che si respira da quelle parti è Otto e mezzo, su La7. Lunedì sera, dopo il successo nelle urne, il santo protettore di tutte le toghe (rosse) Marco Travaglio non è riuscito a nascondere il ghigno di soddisfazione. Pier Luigi Bersani, martedì sera, ha fatto addirittura di meglio (o peggio) lanciandosi in profezie ardite e pericolose, tanto da indispettire a un certo punto persino Lilli Gruber. Ringalluzzito dal verdetto dei seggi, l’ex segretario del Partito Democratico sembra aver messo già nel mirino Palazzo Chigi, sebbene la legittima inquilina Giorgia Meloni da mesi ripeta che rimarrà al suo posto.
«Questo referendum ha già cominciato a mordere. Delmastro avrebbe già dovuto dimettersi. Se avesse vinto il Sì sarebbe ancora lì», incalza Bersani, che poi punta al bersaglio grosso. «Meloni non se la cava così, perché questo referendum non è acqua fresca, è destinato ad avere influssi sul destino del Paese. Dignità vorrebbe che andasse a casa, io mi sarei dimesso. Se deve essere il centrosinistra a chiedere le dimissioni, no grazie; questi giochini le danno solo respiro. Lasciamola nel suo brodo, che verifichi da sola che livello di dignità ha».
Certo, viene il sospetto che sotto sotto anche Bersani sappia che il “popolo del No” non corrisponda automaticamente al bacino del campo largo. E per questo, forse converrebbe prendere tempo anche a democratici e 5 Stelle. In ballo, in fondo, c’è un piccolo dettaglio: chi comanderebbe? «Il centrosinistra non è come il centrodestra, noi non risolviamo il problema con il tema del capo o della capa, guardate che non funziona così», si supera Pier Luigi. Lilli protesta: «Ci vuole qualcuno che sappia federare, Bersani, questo lo abbiamo capito anche noi che non vogliono il capo». «Ci vuole un progetto, cosa vogliamo fare di preciso su A, B, C e D. Poi si possono fare le primarie e si sceglie il migliore», prosegue l’uomo di Bettola. «Ma Schlein e Conte sanno rappresentare questi 15 milioni di no, Bersani?», si spazientisce la Gruber. «Bisogna che li rappresentiamo insieme, siamo sempre stati plurali, a noi il capo non ci ha mai risolto i problemi».