La questione è esplosiva, quindi meglio attenersi al virgolettato. «In attesa che si faccia piena chiarezza sulla delicata e complessa vicenda che vede coinvolto il conduttore Sigfrido Ranucci, la Direzione Approfondimento ha ritenuto opportuno sospendere cautelativamente la messa in onda delle repliche estive della trasmissione televisiva Report, a tutela di un patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico. Resta fermo l’appuntamento con la nuova stagione di Report, che tornerà in onda a partire dal prossimo mese di novembre». Così recita il comunicato della Rai. Segue precisazione: «La decisione è stata adottata all’esito di riunioni e confronti ai vertici Rai che hanno coinvolto diverse strutture aziendali ma non Sigfrido Ranucci». E sicuramente neppure Valter Lavitola. Risultato, domani non andrà in onda la replica prevista del cosiddetto “meglio” del format giornalistico della stagione. Sarà sostituita dalla riproposizione di un altro format di successo di Rai3, quello di Domenico Iannacone. Titolo beffardo: “Che ci faccio qui”. Avrebbe potuto chiederselo anche Sigfrido nel ristorante di pesce dell’amico Valter, al momento sospettato di essere il mandante dell’attentato sotto casa sua e certamente suo primo tifoso, visto che ha confessato di sognarlo in politica, niente meno che a Palazzo Chigi, dove avrebbe voluto fargli da gran consigliere. Invece di porsi le domande del caso, il conduttore ha preferito passare al contrattacco parlando di «congetture assurde usate per sospendere le repliche» e di «delegittimazione» del suo lavoro. Ranucci ha trovato conforto nell’ala sinistra del Consiglio d’amministrazione Rai. «Siamo contrari, il provvedimento sembra solo una punizione volta a soddisfare le richieste di una parte politica», hanno fatto sapere Davide Di Pietro (quota Pd), Roberto Natale (Avs) e Alessandro Di Majo (M5S).
MA QUALE CENSURA...
Nell’impossibilità al momento di avere chiarezza sull’attentato dell’ottobre scorso, e capire se davvero esso sia stato progettato dall’amico di Ranucci per agevolarne la discesa in politica o per rafforzarne l’immagine e renderlo intoccabile e incriticabile, come è stato insinuato, conviene aggrapparsi alle poche certezze. La prima è che non siamo in presenza di una censura. Le inchieste di Report previste per domani sera sarebbero state al terzo passaggio sulla tv pubblica e sono comunque disponibili e visionabili da tutti su Rai Play. «Non è il caso di farne una questione di Stato perché non lo è», è quindi la convinzione dei vertici Rai.
La seconda è che Report non si tocca. Il format è ritenuto dall’azienda un bene prezioso, «un marchio da difendere, come la sua redazione», e come precisato ricomincerà la prossima stagione. Sarà ancora sotto la conduzione di Ranucci? Questo dipenderà dagli sviluppi dell’indagine, più che dai vertici della tv pubblica. Sigfrido non conduce un programma d’intrattenimento qualsiasi ma la trasmissione di punta del giornalismo d’inchiesta Rai. Il suo è un format che si regge su equilibri delicatissimi, indaga i rapporti segreti e profondi del potere, semina dubbi e sospetti, pone domande più che fornire risposte. Il conduttore si pone con i toni dell’inquisitore e tutto il montaggio, quasi teatrale, della trasmissione, ne esalta il ruolo. È evidente che chi guida un tale prodotto deve poterlo garantire con la sua faccia e la sua storia davanti a tutti i telespettatori, non solo i suoi tifosi. E fino a quando non si saprà se davvero la sua fonte Lavitola è coinvolta nell’attentato e quale ne sia stato lo scopo reale, la situazione per Ranucci, che continua a difendere l’amico, è televisivamente imbarazzante.
TROPPI RISCHI
La terza certezza è che quel “cautelativamente” che giustifica la sospensione non è una condanna del giornalista, che la Rai considera ancora “parte lesa”. Il punto è che, come fanno trapelare dai piani alti della tv pubblica, «sarebbe stata una cosa da marziani far vedere le inchieste di Sigfrido sul Ponte Morandi e sul Covid quando il dibattito pubblico verte su altro». In particolare sulle velleità politiche del conduttore e sul ruolo che l’indagato e pregiudicato Lavitola ha nella costruzione dei suoi scoop. Insomma, sarebbe stato un assurdo giornalistico che fatalmente avrebbe nuociuto all’immagine di Report, un po’ come mandare in onda oggi le partite dell’Italia a Germania 2006 mentre negli Stati Uniti si gioca la Coppa del Mondo. “Evitare questo effetto straniante” è nell’interesse della Rai e di Report e dei suoi giornalisti: questa la motivazione alla base della decisione dell’azienda. Va da sé che questa posizione non sarà condivisa da buona parte del mondo progressista, televisivo, parlamentare, intellettuale. Non perché sia difficile da comprendere. «Sono stati sospesi programmi per molto meno», si riflette in Rai. Il fatto è che Ranucci è un simbolo. Se fosse un simbolo del giornalismo imparziale, la sospensione parrebbe naturale a tutti. Poiché però è un simbolo della tv schierata, viene difeso dalla sua parte al di là di ogni ragionevolezza, anche se non è nel suo interesse. Nessuno vuole abbattere Report. Il tempo dirà chi la prossima stagione sarà in grado di difenderne più credibilmente il valore giornalistico, che è cosa ben diversa dalla forza propagandistica.