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Milan, dalle accuse contro il club rossonero ci guadagnano solo gli speculatori Usa

di Giovanni Ruggiero domenica 14 gennaio 2018

3' di lettura

Un esempio può aiutare a capire: poniamo il caso di voler acquistare un auto, probabilmente più importante di quella che potremmo permetterci. E di pensare di avere le spalle coperte da un parente benestante. Bene, rischiamo. Versiamo una caparra, facciamo 10 mila euro su 20 mila, sicuri che poi arriverà lo zio d' America a saldare il resto. Il problema è che lo zio d' America all' ultimo si defila e noi restiamo con il cerino acceso. O ci facciamo prestare i 10 mila mancanti a tassi fuorimercato o perdiamo anche i primi. Cosa facciamo? È questo il dilemma davanti al quale si è trovato Yonghong Li, l' uomo d' affari con il passaporto di Hong Kong che aveva confidato nell' aiuto dei soci cinesi per acquistare il Milan pagandolo 740 milioni. C' era un' importantissima istituzione finanziaria (Huarong) che (secondo quanto risulta a Libero) aveva già versato circa 200 milioni per portare avanti l' affare. Poi, complici le prime strette di Pechino sugli investimenti all' estero, i flussi dello zio d' America si sono arenati e Yonghong Li si è trovato davanti al dilemma di cui sopra: lascio o raddoppio? Mister Li, che già in patria era abbastanza chiacchierato, ha raddoppiato. E grazie all' intermediazione dell' attuale amministratore delegato del Milan, Marco Fassone, ha trovato un fondo (Elliott) disposto a dargli 308 milioni di euro (con tassi di interesse del 7,7% su una parte e dell' 11,5% su un' altra parte) per chiudere l' operazione. E Li l' ha chiusa. Leggi anche: Sallusti, l'inchiesta falsa sul Milan e Berlusconi: "Sapete una cosa su De Benedetti...?" All' inizio ha speso senza pensare troppo alle conseguenze: più di 200 milioni di euro per una campagna acquisti (Bonucci è stato il fiore all' occhiello) faraonica, che sembrava non finire più: fino alla fine i rossoneri sono stati in ballo per prendere a peso d' oro, si parlava di altri 100 milioni, anche il puntero Belotti. Poi forse Li si è reso conto che lo zio d' America, sempre lo stesso Huarong, non sarebbe più rientrato. E che il governo cinese (è stato fondamentale il congresso del partito comunista dell' ottobre del 2017) avrebbe accentuato le misure restrittive soprattutto per gli investimenti nel mondo del calcio. E quindi ha messo la retromarcia. Fassone (l' ad) ha iniziato a consultare le principali istituzioni finanziarie internazionali con un unico obiettivo: ristrutturare il debito con Elliott. E certo, perché se l' uomo di Hong Kong non restituisce, entro il 15 ottobre, 380 milioni (308 più interessi e costi vari) al fondo americano, il fondo si prende il Milan. Per Elliott è un affare, acquista a 300 milioni un bene che è stato quotato 740 pochi mesi fa, per i cinesi (Li, ma anche Huarong di cui sopra) non tanto. Leggi anche: Bufera sul Milan, Marina Berlusconi perde la pazienza: l'attacco contro De Benedetti E veniamo alla presunta inchiesta sulla cessione del Milan. In queste settimane la società rossonera sta trattando con diverse banche americane, Jefferies e Bofa Merrill Lynch sono quelle rimaste in corsa, un prestito più ingente e con una scadenza più comoda (2023) per rimborsare Elliott. Ma trova mille difficoltà. Il problema non è il Milan, perché tutti prenderebbero volentieri in garanzia il club, quanto patron Li, perché nessuno si fida della cosistenza del suo patrimonio. Morale della favola? Ci manca solo che Gattuso e Donnarumma finiscano sulla graticola della campagna elettorale. Per il fondo speculativo a stelle e strisce sarrebbe un gol a porta vuota impossibile da sbagliare. di Tobia De Stefano

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