Il bivio

Juventus, il business cambia: perché agli Agnelli conviene cedere

Tommaso Lorenzini

 Il punto di vista aiuta a inquadrare le prospettive, soprattutto se si tratta di immaginare una Juventus senza gli Agnelli, oppure gli Agnelli senza Juventus. Non è la stessa cosa. I rumors riportati da Il Giornale sulla ventilata cessione del club, tentazione che rimbalza come un pallone impazzito fra le stanze di Exor, vanno inquadrati nell’ottica di quello che John Elkann osserva dalla propria scrivania. E la Signora di questi tempi che sfila sotto i suoi occhi più che di bianconero è vestita di rosso, colore dei conti, diventati nelle stagioni recenti via via pesanti, fastidiosi, preoccupanti. Un guaio a cui porre rimedio. Anche disfandosi del gioiello di famiglia? È una possibilità, sebbene la stessa Exor abbia prontamente smentito. Qui però non si parla più di pallone, ma di affari; non si ragiona più col cuore ma con la calcolatrice e sì, cedere la Juve può finire presto all’ordine del giorno. Anche perché, alla fine, gli Agnelli non sono più Torino (perfino gli storici uffici al Lingotto dell’Avvocato sono stati venduti) di conseguenza sono sempre meno Juventus.

C’è un segnale passato sottotraccia che oggi acquista significato. Come da tradizione, inaugurata proprio da Gianni Agnelli nel 1959, il 19 luglio scorso avrebbe dovuto tenersi l’amichevole fra Juve A e Juve B nel campetto di Villar Perosa: i ragazzi a giocare nel giardino di Famiglia. Un must, una festa aperta ai tifosi, un suggello dell’atavica alleanza. Invece, per la prima volta, la partita non c’è stata e il fatto che sia successo nell’anno del centenario della prima gestione Agnelli racconta tanto. Hanno preferito programmare altrove i festeggiamenti, culminati allo Stadium: la Famiglia non ha voluto la Juve fra i piedi. Magari qualcuno avrebbe perfino potuto chieder conto dei recenti scandali che hanno portato alla defenestrazione dell’ex presidente Andrea, dell’inchiesta Prisma, della penalizzazione di 10 punti, della mancata partecipazione alle coppe che costerà circa 80 milioni di mancati ricavi (e ora il caso Pogba).

Il club dunque è ormai una delle tante aziende della galassia e si può anche pensare di venderlo. Pesa pochissimo in termini di valore ma costa molto. Milano Finanza affresca bene la situazione anche per i non addetti ai lavori: «Exor detiene il 63,8% del capitale della Juve che in Borsa capitalizza 796 milioni di euro, quasi la metà di quanto vorrebbe la famiglia Agnelli in caso di cessione: 1,5 miliardi. “Ai prezzi attuali di mercato la partecipazione del 63,8% nella Juventus vale solo il 2% del net asset value di Exor, 0,5 miliardi di euro”, stima Equita, “se la notizia venisse confermata, a prescindere dal prezzo, sarebbe comunque positiva in quanto negli ultimi 5 anni Exor ha iniettato 0,45 miliardi per gli aumenti di capitale necessari per riequilibrare il bilancio e riteniamo non si possa escludere la necessità di ulteriori interventi in futuro”».

CR7 E LO STADIO
Il sunto è la situazione contabile bianconera: perdite per 240 milioni, ricavi inferiori ai 600 e debiti superiori al valore in Borsa. Lontani i tempi che Luciano Moggi ama rammentare, quelli in cui, a sentir lui, non veniva chiesta una lira né all’Avvocato né al dottor Umberto, il club si autofinanziava con operazioni-monstre tipo quella in cui Zidane finiva al Real Madrid per 150 miliardi e con quei soldi venivano presi Buffon, Thuram, Nedved, Salas. Da un nome grosso all’altro, la parabola economica bianconera ha imboccato la discesa con l’arrivo del “più grosso”, quel Cristiano Ronaldo che pare il peccato originale: ingaggiato per riportare la Champions a Torino, dopo tre anni se n’è andato senza coppa ed è costato fra i 300 e i 350 milioni di euro. Troppi anche per la Juve, che si era illusa con lo stadio di proprietà - altro che panacea - di poter far fronte a colpi stellari amplificandone gli introiti: è un monito che vale per tutti i club, soprattutto in un calcio italiano sommerso dai debiti e dove il modello di business è su un binario morto.

 


Le priorità degli Agnelli sono evidentemente mutate, stanno disinvestendo dai settori a loro più “tradizionali” come l’auto (la prossima sarà la Ferrari? ), il calcio, le assicurazioni (PartnerRe ceduta per una decina di miliardi a un gruppo francese) e l’editoria (dopo aver venduto cinque testate del Centro Italia, e L’Espresso a Danilo Iervolino, è in chiusura la vendita di sei quotidiani del Nordest) per orientarsi su altri settori, soprattutto sanità privata, lusso e tecnologia: «Investiremo 9 miliardi». Parole dello stesso Jaki, datate novembre 2022. Mentre il calciomercato Juve è stato orientato prevalentemente alle cessione e, fra entrate e uscite, si è chiuso a +83 milioni di euro. L’ordine era incassare, è stato fatto. Nella galassia Agnelli, evidentemente, per la Signora restano le briciole. Forse fra poco neanche quelle.