Il bello di Luciano Spalletti è che non fa troppi pensieri prima di schierare un giocatore. Convoca per far giocare, non per allargare il gruppo, come era solito fare il suo predecessore. Non servono le prove per buttare qualcuno nella mischia, se lo chiami vuol dire che lo ritieni pronto, almeno questa è la teoria. La pratica è che solo Spalletti fa così. Finalmente un ct che non reclama stage per conoscere i calciatori ma si fa bastare qualche giorno per osservare Udogie e capire che è speciale e può essere titolare a Wembley. Un altro avrebbe detto «eh ma è giovane» o «eh ma deve capire i meccanismi» e l’avrebbe lasciato a Londra, sì, ma ad allenarsi con il Tottenham, non a infilarsi nel fianco dell’Inghilterra. Udogie è già ai massimi livelli a 21 anni, non deve per forza passarne altri tre alle spalle dei vari Spinazzola, Emerson e Biraghi, con tutto il rispetto. Pure Scamacca che è acerbo e reduce da un infortunio viene preso da Spalletti e buttato dentro. Serve un attaccante vero per questa partita, quello passa al convento e quello gioca. Chi segna? Scamacca. Non è un caso.
Spesso i ct del passato hanno perso tempo a lamentarsi piuttosto che ad agire, nonostante fossero pagati per questo. La filosofia è “pochi ma buoni”, quando si preparano due partite. Buoni nel senso di utili, non per forza migliori in assoluto. Spalletti stringe il cerchio e ottiene più concentrazione da parte di tutti, perché tutti sanno che possono giocare. Ne consegue una Nazionale che può anche uscire sconfitta da una partita del genere, ma che gioca probabilmente i migliori 45’ dall’Europeo vinto in poi, anche in considerazione dell’avversaria che non è più l’Inghilterra acerba di due anni fa ma una squadra vicina al punto più alto di un ciclo. L’unico errore, se vogliamo, è la fiducia a Scalvini che difende come se giocasse nell’Atalanta e contro l’Inghilterra diventa una falla.