Il campione

Jannik Sinner, l'evoluzione: ecco come si è "trasformato" in soli 12 mesi

Claudio Savelli

Il trucco non c’è. C’è solo lavoro, lavoro, lavoro di precisione invisibile ad occhio nudo. Cose da esperti e, nel caso di Jannik Sinner, cose da Darren Cahill e Simone Vagnozzi, i suoi mitici coach. L’hanno preso in corsa nel 2022 e l’hanno allenato durante i tornei per renderlo l’uomo sinneriano che è ora: quasi perfetto solo perché la perfezione non esiste. L’uomo inizierà oggi il Master 1000 di Miami contro l’amico e compagno di nazionale Vavassori con cui non esistono precedenti ma, a proposito di perfezione, Jannik è imbattuto contro i suoi connazionali (11-0).

TESTA E GAMBE
Vagnozzi e Cahill hanno ripetuto spesso che Sinner è un "giocatore in costruzione". Intendono che ne stanno (ancora) costruendo i colpi. Diverso sarebbe allenare il tennista solo in quanto entità e brand. In lui hanno riconosciuto una base necessaria (ma non sufficiente) per svolgere il lavoro: la predisposizione all’apprendimento. Ciò detto, qualsiasi miglioramento tecnico aveva bisogno di potenziamento fisico, quindi quattro chili di muscoli in più senza perdere elasticità, caratteristica tipica dei migliori tennisti contemporanei inserita nel circuito da Djokovic. Sua altezza Sinner, alto e slanciato, ha dovuto lavorare sulle gambe per abbassare il baricentro sui colpi da fondo. Con più muscoli, non perde equilibrio e riesce ad avvicinare il centro della racchetta alla pallina senza piegarne troppo la punta verso il basso, mantenendo, come si dice, "la linea", che è il suo principale punto di forza nei tiri di scambio.

 

DRITTO E ROVESCIO
Se la linea sul rovescio era già perfetta, quella sul dritto andava trovata. Sinner ha lavorato sull’apertura, ovvero il movimento di preparazione al colpo: da ovale, come da scuola tennis, a triangolare, con le mani che spingono la racchetta indietro parallelamente al terreno sempre al di sotto della linea delle spalle, senza più il tipico movimento circolare che la porta al di sopra visibile, ad esempio, in Medvedev. Questo permette a Jannik di guadagnare tempo e arrivare all’impatto sulla pallina più avanti, controllando meglio il dritto che prima "scivolava" un po’, come si dice in gergo. Al rovescio mancava la versione in back spin perché, per un nativo bimane come tutti i suoi coetanei, staccare la mano sinistra è come mettersi a nudo. Ecco, non più. Ora Jannik usa il back per accorciare il campo e avanzare a rete, dove ha perfezionato la tecnica di volée, in particolare l’apertura del piatto corde che prima era eccessiva.

 

GIOCO DI PIEDI
Il servizio di Sinner era buono e potente, al contrario di quanto si diceva. Solo non particolarmente vario, quindi facilmente leggibile. Vagnozzi ha individuato i margini nella tecnica: dal foot-back, cioè con un piede che resta indietro rispetto a quello dominante, al foot-up, cioè con il piede dietro che raggiunge quello avanti per saltare insieme. Ma non solo: anziché alzare il lancio della pallina per colpire più in cielo, cosa che un tennista di 188 centimetri inviterebbe a fare, i coach lo hanno abbassato. Jannik colpisce più in basso di quanto potrebbe, con il corpo più raggruppato e con un tempismo anticipato rispetto allo standard che rende difficile la lettura del servizio all’avversario. Fosse musica, diremmo che serve in levare anziché in battere. A proposito di piedi, anche durante il gioco sono ormai perfetti con l’uso del cosiddetto “space-step” sublimato. È il saltello pre-colpo: ecco, Sinner tende divaricare le gambe in fase di salto, trovando una base di appoggio ampia da cui può generare energia in anticipo rispetto all’arrivo della pallina. Avendo un appoggio più solido, riesce a ruotare il busto più velocemente, dando così maggiore inerzia al colpo e dando all’avversario l’impressione di giocare contro una fionda. Contro Jannik Sinner, appunto.