Ora ci sono troppi indizi per non definirla una prova: Jannik Sinner ha un punto debole, le partite lunghissime, quelle che superano le quattro ore. L’ultimo esempio è fresco e doloroso, la semifinale persa contro Novak Djokovic, un match in cui il ragazzo di San Candido ha retto per lunghi tratti ma ha ceduto quando il cronometro ha iniziato a pesare più delle gambe: nel quinto set, era evidente, tutta l'inerzia era a favore della leggenda serba. Non è un caso isolato, ma una tendenza che attraversa la sua carriera nei grandi tornei.
Non è vero, però, che Sinner non sappia vincere al quinto set. Il 28 gennaio 2024, sullo stesso campo di Melbourne, aveva rimontato due set a Daniil Medvedev ma in 3 ore e 44 minuti, conquistando il suo primo Slam. Un tempo simbolico: pochi minuti sotto quella soglia che, finora, sembra invalicabile. Quando il match si allunga oltre, i numeri diventano impietosi.
Le sconfitte arrivano tutte lì: con Shapovalov in Australia nel 2021 (3h55’), Tsitsipas nel 2023 (4h), Medvedev a Wimbledon 2024 (4h), Altmaier al Roland Garros (5h26’), Zverev agli US Open 2023 (4h41’). E poi c’è Carlos Alcaraz, la vera nemesi: New York 2022 (5h15’ con match point fallito), semifinale di Parigi 2024 (4h09’) e la finale epica persa l’anno scorso dopo 5h29’, con Sinner tre volte a un punto dal titolo. Un contrasto netto con la resistenza quasi sovrumana di Alcaraz, che ha vinto 15 dei 16 match al quinto set disputati in carriera. Sinner, oggi, è sotto 7-1 nei quinti set contro i top 10.
"Adesso dobbiamo parlare per capire dove dobbiamo migliorare" ha detto Jannik Sinner prima di lasciare Melbourne. Contro Djokovic, l’azzurro ha costruito le occasioni ma non le ha chiuse: 16 palle break non sfruttate, otto solo nel quinto set. Situazioni impossibili da simulare in allenamento, perché lo stress e la fatica di una finale Slam, ecco, sono situazioni e circostanze impossibili da replicare.