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Milano-Cortina, rissa tra le francesi: "Hai usato la mia carta di credito!"

di Claudio Savelli venerdì 13 febbraio 2026

3' di lettura

Julio Velasco lo ripete come un mantra da decenni: per vincere non serve andare a mangiare la pizza insieme. Una squadra non è una famiglia, non è un gruppo di amici, non è un circolo ricreativo. È un’azienda di risultati dove l’obiettivo non è volersi bene, ma lavorare bene. L’amicizia non garantisce il podio. La qualità del gioco, il rispetto professionale e l’aiuto reciproco nel momento del bisogno, sì. Mai come in queste Olimpiadi, la teoria della separazione di Velasco trova conferme. I baci e gli abbracci spesso sono a favore di telecamera, ma la vera benzina che sta portando alcune medaglie è fatta di tensioni, rivalità interne e, talvolta, di aperta antipatia.

Prendete Pietro Sighel. Fresco di un oro storico nella staffetta mista dello short track, il nuovo “villain” preferito dai media americani. Interpellato da Repubblica sul rapporto con la leggenda Arianna Fontana ha gelato con un lapidario: «E chi la conosce... Con lei siamo squadra solo per due minuti e mezzo». Semplicemente la verità. Eppure, in pista, quando contava, il team ha funzionato come un orologio svizzero. Sighel non deve amare Fontana, deve solo pattinare forte quanto lei. O forse più di lei. Risultato: oro. Velasco annuirebbe: niente smancerie, solo efficacia.

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TANDEM
Quattro anni fa molti pensavano che Stefania Constantini e Amos Mosaner fossero fidanzati. Non era vero, così come non è vero che i due non si sopportano, come dicono in questi giorni, altrimenti non avrebbero vinto un bronzo che vale più dell’oro di quattro anni fa. Sono semplicemente un tandem. Due grandi atleti che riescono a fare squadra senza pretendere di essere una famiglia. Velasco sorriderebbe compiaciuto. E che dire del ginepraio del curling femminile? Stefania Constantini ha dedicato il podio ad Angela Romei, la sua migliore amica e storica compagna, lasciata a casa alla vigilia per far posto a Rebecca Mariani, figlia del direttore tecnico Marco. Una scelta che ha spaccato l’ambiente, con la Romei costretta a commentare dalla cabina Rai con un groppo in gola. Una situazione che avrebbe potuto disintegrare uno spogliatoio, invece quella rabbia scorre nella squadra e magari diventerà sana cattiveria agonistica.

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Lisa Vittozzi e Dorothea Wierer non sono mai state amiche. E non hanno mai finto di esserlo. Due mondi diversi, due modi di vivere il biathlon opposti. Eppure, quell’abbraccio al traguardo della staffetta mista d’argento è la sintesi perfetta del professionismo: io ho bisogno dite, tu hai bisogno di me. Il resto non ci deve interessare. Stessa dinamica tra Sofia Goggia e Federica Brignone. La bergamasca, uscita di scena mentre stava stampando intertempi migliori della compagna (forse forzando proprio per superarla, perché la rivalità è il motore del mondo), ha avuto la lucidità di riconoscere pubblicamente la grandezza di Federica. Le costa caro, ma è il rispetto che si deve a un pari grado. Non serve amarsi per riconoscere il valore dell’altro. E se pensate che l’Italia sia un caso isolato, guardate alla Francia del biathlon che sta dominando il medagliere con Julia Simon, oro di squadra con la Jeanmonnot ma accusata di aver utilizzato di nascosto la carta di credito della compagna di squadra Braisaz-Bouchet e per questo ostracizzata. Una storia da far implodere qualsiasi ufficio, figuriamoci una squadra olimpica. Invece vincono tutto. Poi, probabilmente, non vanno a cena insieme. Ci andranno con qualcun altro. Con la medaglia al collo, ovviamente.

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