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Alcaraz, la cupa profezia di Panatta: "E la felicità? Che fine rischia di fare lo spagnolo"

di Roberto Tortora martedì 5 maggio 2026

3' di lettura

Sono passati già 50 anni, ma nessuno ha dimenticato quel favoloso 1976 in cui Adriano Panatta vinse prima agli Internazionali di Roma, poi il Roland Garros a Parigi e, infine, quella storica Coppa Davis a Santiago del Cile. Per celebrare quell’impresa, Panatta quest’anno premierà il vincitore del torneo di Roma ed è stato intervistato dal Corriere della Sera, escludendo ogni gelosia nei confronti dei campioni di oggi: "A Roma spero vinca un italiano, così non parliamo più del mio '76. A Jannik Sinner per fermarlo servirebbe un’indigestione di supplì e mozzarelle in carrozza, ma se vince la facciamo finita con me".

Si torna, poi, indietro. A quel magico ’76 e ad una gioventù speranzosa: “Ero un ragazzo romano di 25 anni che stava benissimo, era felice. Niente lasciava immaginare che riuscissi nell’impresa di vincere gli Internazionali e un titolo Slam in così poco tempo. Stavo molto bene fisicamente, mi ero preparato a Formia con il maestro Belardinelli come al solito. Nemmeno io mi aspettavo di giocare così a Roma: gli 11 match point annullati a Warwick al primo turno, la semifinale con Newcombe, la rimonta su Vilas… Le palle stavano tutte dentro”. Ricorda anche il match-point: “Palla corta di Vilas, che non era certo Alcaraz: la intuisco, vado verso la rete, gioco un colpo imprendibile in lungolinea”. 

Gianni Minà una volta lo intervistò al cambio di campo: “S’immagina succedesse oggi? La sicurezza lo porterebbe via. Gianni era un amico fraterno, un altro lo avrei mandato a quel paese. All’epoca c’era il riposo dopo il terzo set: Gianni si infilò nel tunnel insieme a me. Adesso se lo prendono dopo qualche game, il riposo. Ma che problemi hanno? Forse mangiano male”.

Impossibile non citare l’amico di sempre, Paolo Bertolucci: “Ci vogliamo molto bene da più di sessant’anni. Tra noi è tutta una presa in giro. A Montecarlo, la sera della vittoria di Sinner, siamo stati a cena in un ristorante dove Paolo sognava di mangiare da anni. Mi ero raccomandato con il proprietario: non gli dia mai un tavolo! Quest’anno ci è andato grazie a me”.

Anche Borg, però, resta nel suo cuore: “Ci si vede poco, ma quando accade ci divertiamo molto. Una sera, a Parigi, ospiti a cena del Roland Garros, feci l’occhiolino a John McEnroe e partimmo all’attacco: ‘Bjorn, è da tempo che vogliamo dirti una cosa’. ‘What, boys?’ ‘Che a giocare a tennis eri una mezza pippa’. ‘È vero - ha risposto lui but I tried very hard’. Quando vuole, Bjorn smette la seriosità e diventa spiritoso”.

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Sinner-Alcaraz, chi la spunta? Panatta: “Non è solo questione di picchi di performance: sul rendimento medio, Jannik è superiore. Io dico: dritto Alcaraz, rovescio Sinner, servizio oggi Sinner, volée e smorzata Alcaraz, movimenti Alcaraz. Ma a Montecarlo, sulla terra, ha vinto Sinner. Con quei due è difficile sbilanciarsi: quando lo fai, rischi di essere subito smentito. Alcaraz mi ricorda Lew Hoad, che per qualcuno è il migliore di sempre: in giornata buona, era imbattibile”.

Quanto ad Alcaraz e al suo divorzio da Ferrero, Panatta ritrova il suo stesso stile di vita: “Ha barattato il rischio di qualche sconfitta in più con la libertà. Io sono come lui. Io all’epoca andavo al mare, in Sardegna o al Forte, dove vivevo. Uscivo a cena con gli amici. Vivevo di cose semplici. Non conducevo un’esistenza dissoluta, come narra la leggenda. Facevo la vita di un ragazzo di 25 anni che, incidentalmente, giocava a tennis. E poi ero curioso. Dal ‘72, quando a Parigi ho battuto Nastase campione in carica, ogni anno andavo all’Orangerie a vedere gli impressionisti, o al Louvre. Un anno ci trascinai anche Bertolucci, che per pigrizia mi aspettò stravaccato sui divanoni dell’ingresso”. 

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Il segreto, forse, è proprio lontano al campo, anche per Sinner e Alcaraz. Jannik "lo vediamo dedicato, programmato, preciso. Deve essere felice, per essere così. Sennò sarebbe un santo, o un martire. Alcaraz invece a Montecarlo l’ho visto insofferente. Ferrero aveva pensato per Carlos la perfezione ma gli stava stretta e lui si è ribellato. Borg era felice quando vinceva a ripetizione a Parigi e Wimbledon? Boh. Io so che ha smesso a 26 anni". Ecco perché a Carlos "consiglierei di essere felice. A Montecarlo non lo era. Forse sta crescendo, però deve avere un’evoluzione oppure resta indietro: gli altri stanno arrivando".

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