Sono passati già 50 anni, ma nessuno ha dimenticato quel favoloso 1976 in cui Adriano Panatta vinse prima agli Internazionali di Roma, poi il Roland Garros a Parigi e, infine, quella storica Coppa Davis a Santiago del Cile. Per celebrare quell’impresa, Panatta quest’anno premierà il vincitore del torneo di Roma ed è stato intervistato dal Corriere della Sera, escludendo ogni gelosia nei confronti dei campioni di oggi: "A Roma spero vinca un italiano, così non parliamo più del mio '76. A Jannik Sinner per fermarlo servirebbe un’indigestione di supplì e mozzarelle in carrozza, ma se vince la facciamo finita con me".
Si torna, poi, indietro. A quel magico ’76 e ad una gioventù speranzosa: “Ero un ragazzo romano di 25 anni che stava benissimo, era felice. Niente lasciava immaginare che riuscissi nell’impresa di vincere gli Internazionali e un titolo Slam in così poco tempo. Stavo molto bene fisicamente, mi ero preparato a Formia con il maestro Belardinelli come al solito. Nemmeno io mi aspettavo di giocare così a Roma: gli 11 match point annullati a Warwick al primo turno, la semifinale con Newcombe, la rimonta su Vilas… Le palle stavano tutte dentro”. Ricorda anche il match-point: “Palla corta di Vilas, che non era certo Alcaraz: la intuisco, vado verso la rete, gioco un colpo imprendibile in lungolinea”.
Gianni Minà una volta lo intervistò al cambio di campo: “S’immagina succedesse oggi? La sicurezza lo porterebbe via. Gianni era un amico fraterno, un altro lo avrei mandato a quel paese. All’epoca c’era il riposo dopo il terzo set: Gianni si infilò nel tunnel insieme a me. Adesso se lo prendono dopo qualche game, il riposo. Ma che problemi hanno? Forse mangiano male”.
Impossibile non citare l’amico di sempre, Paolo Bertolucci: “Ci vogliamo molto bene da più di sessant’anni. Tra noi è tutta una presa in giro. A Montecarlo, la sera della vittoria di Sinner, siamo stati a cena in un ristorante dove Paolo sognava di mangiare da anni. Mi ero raccomandato con il proprietario: non gli dia mai un tavolo! Quest’anno ci è andato grazie a me”.
Anche Borg, però, resta nel suo cuore: “Ci si vede poco, ma quando accade ci divertiamo molto. Una sera, a Parigi, ospiti a cena del Roland Garros, feci l’occhiolino a John McEnroe e partimmo all’attacco: ‘Bjorn, è da tempo che vogliamo dirti una cosa’. ‘What, boys?’ ‘Che a giocare a tennis eri una mezza pippa’. ‘È vero - ha risposto lui but I tried very hard’. Quando vuole, Bjorn smette la seriosità e diventa spiritoso”.
Sinner-Alcaraz, chi la spunta? Panatta: “Non è solo questione di picchi di performance: sul rendimento medio, Jannik è superiore. Io dico: dritto Alcaraz, rovescio Sinner, servizio oggi Sinner, volée e smorzata Alcaraz, movimenti Alcaraz. Ma a Montecarlo, sulla terra, ha vinto Sinner. Con quei due è difficile sbilanciarsi: quando lo fai, rischi di essere subito smentito. Alcaraz mi ricorda Lew Hoad, che per qualcuno è il migliore di sempre: in giornata buona, era imbattibile”.
Quanto ad Alcaraz e al suo divorzio da Ferrero, Panatta ritrova il suo stesso stile di vita: “Ha barattato il rischio di qualche sconfitta in più con la libertà. Io sono come lui. Io all’epoca andavo al mare, in Sardegna o al Forte, dove vivevo. Uscivo a cena con gli amici. Vivevo di cose semplici. Non conducevo un’esistenza dissoluta, come narra la leggenda. Facevo la vita di un ragazzo di 25 anni che, incidentalmente, giocava a tennis. E poi ero curioso. Dal ‘72, quando a Parigi ho battuto Nastase campione in carica, ogni anno andavo all’Orangerie a vedere gli impressionisti, o al Louvre. Un anno ci trascinai anche Bertolucci, che per pigrizia mi aspettò stravaccato sui divanoni dell’ingresso”.
Il segreto, forse, è proprio lontano al campo, anche per Sinner e Alcaraz. Jannik "lo vediamo dedicato, programmato, preciso. Deve essere felice, per essere così. Sennò sarebbe un santo, o un martire. Alcaraz invece a Montecarlo l’ho visto insofferente. Ferrero aveva pensato per Carlos la perfezione ma gli stava stretta e lui si è ribellato. Borg era felice quando vinceva a ripetizione a Parigi e Wimbledon? Boh. Io so che ha smesso a 26 anni". Ecco perché a Carlos "consiglierei di essere felice. A Montecarlo non lo era. Forse sta crescendo, però deve avere un’evoluzione oppure resta indietro: gli altri stanno arrivando".