Campionato e Coppa Italia non si vincono mai da soli, per inerzia, a maggior ragione se in dote erediti una squadra psicologicamente a pezzi, apparentemente in subbuglio e teoricamente a fine ciclo. C’è quindi tantissimo di Cristian Chivu in questa doppietta stagionale. C’è la sua intelligenza superiore alla media, la sua empatia verso un gruppo di ragazzi feriti nell’orgoglio e anche la sua visione del gioco: una lente perfettamente agganciata alla realtà, priva di quelle interferenze o preconcetti ideologici che spesso zavorrano i tecnici di oggi.
Anzi, di ieri. Chivu ha riportato l’Inter in una posizione di vantaggio rispetto a tutte le altre squadre. Ha rivalutato giocatori che sembravano persi per sempre e ha compiuto scelte coraggiose che faciliteranno il mercato. Ha lavorato per il gruppo squadra e per la società, non per il proprio ego, e questo ha fatto la vera differenza. Il suo segreto è proprio questo: non aver alcun interesse morboso verso la propria carriera. In senso buono, onesto. Chivu è piacevolmente disinteressato alla gloria personale, al successo in quanto professionista da copertina. Vuole fare le cose per bene, vuole vivere la vita al meglio perché se l’è vista passare davanti agli occhi. E in questo desiderio di vivere, la ricerca della vittoria è intesa come momento di felicità.
Ora viene contemporaneamente il bello e il difficile per Chivu: essere all’altezza di sé stesso e non più dei predecessori. Avendo iniziato la carriera da allenatore in prima squadra con una salvezza al Parma che valeva uno scudetto, più uno scudetto vero e proprio e una Coppa Italia, le aspettative si alzano vertiginosamente. Non tanto per lui, quanto per i media e l’ambiente che lo stresseranno su questo aspetto. Dovrà rimanere impermeabile e non perdere mai la bussola. E dovrà individuare una nuova e diversa prospettiva per l’Inter, senza illudersi della superiorità sfacciata rispetto alle rivali italiane che la doppietta Scudetto-Coppa sembra certificare. La finale dell’Olimpico, in questo senso, ne è un buon esempio: vinta praticamente senza mai dover alzare il ritmo, sfruttando a piene mani il complesso di inferiorità della Lazio. Chivu dovrà essere deciso nell’indicare l’evoluzione ulteriore della squadra. Dovrà decidere se continuare con questo sistema di gioco e quali giocatori inserire per avvicinarsi ulteriormente al calcio internazionale che ha già indicato come strada maestra. Anche perché il prossimo anno gli verrà inevitabilmente chiesto un miglioramento in Champions League, unica insufficienza della sua stagione, per sua stessa ammissione.
Chivu deve alzare il livello, non accontentarsi, farsi sentire. Ha acquisito il diritto di ottenere il materiale umano per far evolvere questa Inter. Se vuole inserire una pressione ancora più alta, avrà bisogno di una difesa ancor più capace di scappare all’indietro o di accettare l’uno contro uno: e in quest’ottica trovano una logica perfetta i nomi di Muharemovic e Solet. E se vuole una squadra più completa, avrà bisogno di un centrocampista diverso dagli altri, capace di qualche giocata che dia energia ed entusiasmo al pubblico, e che sappia aggiungersi agli attaccanti: e qui, allora, deve spingere per Nico Paz. All’Inter ora servono giocatori che funzionino per status individuale, e non solo all’interno dell’ingranaggio di squadra. Perché quell’ingranaggio è stato già parzialmente, e brillantemente, smontato proprio da Chivu.