Jannik Sinner non ha sbagliato nulla neanche nel giorno della sconfitta. E voi direte: «Il solito peana pure dopo il flop». Evi rispondiamo sì, esatto: anche e soprattutto oggi. E' crollato nel terzo set, non ne aveva più, pareva una batteria del cellulare vecchia di dieci anni, di quelle che passano dall’80% di carica all’1% in un amen.
E' crollato, succede. E quando succede la cosa più normale che si possa fare è arrendersi, fermarsi, ringraziare e tornare a casa. Ha scelto di provarci lo stesso, di andare contro natura, ha giocato con l’1% di batteria: sarebbe bastato contro il tennista della domenica, non con un Top 100 (J.M. Cerundolo, ora n°49).
Ha perso e la resa è arrivata dopo una vera e propria agonia, tra colpi che non entravano e scambi che proprio non riusciva a reggere. Ci ha provato, ha lasciato il campo tra gli applausi, ha salutato e non ha accampato lo straccio di una scusa perché è fatto così: zero esaltazione nelle innumerevoli vittorie, zero tragedie nelle pochissime sconfitte.
E veniamo al punto. Sinner è portatore sano di un’incredibile illusione che è contemporaneamente simbolo della sua grandezza ma anche fetente condanna: ci ha fatto credere di essere imbattibile, ovvero tutto ciò che non è “sport”. Nello sport perdere è normalità, molto più che vincere. Bisognerebbe solo accettarlo. Lui ci riesce, troppi osservatori no. E allora cercano scuse: il sole, la programmazione, il sistema, le cavallette. Ma poi Jannik arriva in sala stampa e dice: «Non c’entra il caldo, è andata così, ci vediamo a Wimbledon» e dà l’ennesima dimostrazione di grandezza. In attesa di Alcaraz, il n°1 ha perso contro l’unico avversario alla sua altezza: la iella. Quando ci si mette, vincere diventa impossibile. Sinner lo sa e se ne è fatto una ragione: facciamolo anche noi.