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Mondiali 2026, occhio alla Nuova Zelanda: perché gli "All Whites" fanno paura

di Claudio Savelli mercoledì 10 giugno 2026

3' di lettura

Chiamarsi “All Whites” in qualsiasi altra parte del mondo scatenerebbe un discreto incidente diplomatico. E in effetti, nel 2021, la federazione neozelandese aveva perfino istituito una commissione per valutare la cancellazione dello storico soprannome, per timore di associazioni mentali con il suprematismo bianco. In realtà, la spiegazione è storica: la divisa bianca è un omaggio a quella inglese e si pone in contrasto con quella totalmente nera della ben più famosa nazionale di rugby (gli All Blacks), essendo il nero inutilizzabile nel calcio in passato perché riservato agli arbitri. D’altronde il calcio in Nuova Zelanda è da sempre l’altro sport, a lungo snobbato in patria e derubricato a passatempo degli espatriati inglesi.

L’allargamento del Mondiale a 48 squadre ha finalmente garantito uno slot di qualificazione diretta all’Oceania. Fino all’edizione scorsa, trionfare nel Pacifico significava guadagnarsi lo spareggio intercontinentale contro nazionali sudamericane o centroamericane tendenzialmente superiori. Il tutto considerando che la più quotata Australia dal 2006 compete nella confederazione asiatica per trovare sfide più probanti della Nuova Zelanda stessa e delle altre isole “rugbistiche”. Tre eliminazioni consecutive a un passo dal Mondiale contro Messico (2014), Perù (2018) e Costa Rica (2022) avevano trasformato le qualificazioni in un supplizio. Cancellato il mostro finale, i neozelandesi si sono presi il biglietto per manifesta superiorità continentale.

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L’ultima volta che si erano affacciati su questo palcoscenico, in Sudafrica nel 2010, avevano firmato un’anomalia statistica che grida ancora vendetta, soprattutto dalle nostre parti. Chiusero il girone con tre pareggi, tra i quali l’1-1 contro l’Italia campione in carica di Marcello Lippi, che si schiantò, isterica e impotente, contro i centimetri e il cuore dei neozelandesi. Al termine di quel torneo, complice la sconfitta all’esordio della Spagna (poi vincitrice del trofeo), la N.Zelanda risultò statisticamente l’unica squadra imbattuta dell’intero Mondiale. Noi tornammo a casa umiliati ai gironi, loro con un record.

Per replicare quel paradosso in Nordamerica, la federazione non ha cercato scienziati della tattica, ma si è affidata all’inglese Darren Bazeley. Un aziendalista puro, un ex difensore che ha speso l’ultimo decennio ad allenare ogni selezione giovanile neozelandese, dall’Under 17 all’Olimpica. Conosce il materiale umano alla perfezione e riesce a valorizzare la fisicità neozelandese con un gioco di matrice britannica, intensità e sfruttamento scientifico delle palle inattive. Il terminale unico di questo sistema è Chris Wood, capitano, totem, centravanti mastodontico diventato leader a suon di gol nel Nottingham Forest, miglior marcatore di sempre negli All Whites.

Mala vera evoluzione della Nuova Zelanda si legge nei compagni di Wood. Non più colossi senza tecnica, capaci solo di buttarla in avanti per la punta, ma giocatori figli della globalizzazione, creativi e proattivi. In mezzo al campo c’è l’intensità di Marko Stamenic, oggi allo Swansea, abbinata alle geometrie di Sarpreet Singh, neozelandese-indiano ex wonderkid del Bayern Monaco rientrato al Wellington Phoenix. E poi c’è Liberato Cacace, il fluidificante sinistro. Un giocatore le cui radici sono italianissime, piantate a Massa Lubrense, provincia di Napoli. Primo neozelandese di sempre a segnare in Serie A con la maglia dell’Empoli, Cacace ha recentemente salutato la Toscana per firmare un triennale in Championship con il Wrexham, finendo a fare il titolare nel progetto e nel celebre docu-reality hollywoodiano degli attori-patron Ryan Reynolds e Rob McElhenney.

Il Mondiale dei neozelandesi inizierà martedì 16 giugno al Los Angeles Stadium contro l’Iran. Una sfida ruvida che deciderà subito le sorti di un Gruppo G estremamente equilibrato, completato da Egitto e Belgio. Un girone privo di ingiocabili, in cui la spigolosità di questi finti rugbisti può regalare sorprese. Una squadra ruvida, verticale, senza fronzoli e con una spiccata propensione a rovinare le certezze altrui. Meglio non sottovalutarli. Lo diciamo per esperienza.

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