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Mondiali 2026, il miracolo di Haiti? Costruito sull'impossibile

di Claudio Savelli giovedì 4 giugno 2026

3' di lettura

Nel campionario di favole esotiche e cortocircuiti geopolitici del Mondiale 2026, Haiti merita un posto d’onore. È il paradosso definitivo, quello di una Nazionale senza nazione, di una squadra che andrà a giocarsi la Coppa del Mondo rappresentando una bandiera che metà dello spogliatoio, commissario tecnico compreso, non ha mai visto sventolare nel proprio cielo. Per andare ai Mondiali, Haiti l’ha dovuta prendere alla larga. Letteralmente. Il concetto di “partita in casa” per i Grenadiers è infatti un lusso svanito da tempo: ad Haiti non si può giocare una partita di calcio. Così l’esilio logistico ha spinto la Federazione a trovare rifugio sull’isola di Curaçao, sorella di impresa in questi Mondiali. È lì, su un prato preso in affitto, che si è costruita la propria qualificazione mentre a oltre ottocento chilometri di distanza, a Port-au-Prince, un intero popolo si riversava in strada sfidando il coprifuoco, strappando una manciata di ore di lucida e folle spensieratezza a una terra che da quattro anni è posseduta dalle gang.

Quello tra la Nazionale e la sua gente è un amore a distanza perché Haiti è uno Stato invivibile e impenetrabile. I voli internazionali sono sospesi a tempo indeterminato. Chi è rimasto intrappolato dentro è condannato a sopravvivere, chi è fuori può solo guardare. In questo buco logistico, quello del ct Sebastien Migné è un capolavoro di corrispondenza. Francese, giramondo con un curriculum speso tra Inghilterra, Kenya, Sudafrica e Oman, è stato assunto nel 2024 ma il confine haitiano non lo ha mai varcato. «Ho gestito il gruppo a distanza, facendomi relazionare i profili dei giocatori al telefono», ha ammesso. È il trionfo dello smart working applicato alle qualificazioni mondiali. Una Nazionale tenuta in piedi dalle call. D’altronde, a Port-au-Prince non c’è più un posto dove far rotolare un pallone. Lo Stade Sylvio Cator, un tempo orgoglio nazionale, è stato espropriato dalle bande criminali, diventando a tutti gli effetti un fortino militare, una base logistica del terrore. L’ultima gara casalinga risale al luglio 2021 contro il Canada.

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Pochi mesi prima, a marzo, il pullman della Nazionale del Belize venne accerchiato da milizie armate fino ai denti; i giocatori ospiti, sotto shock, furono costretti a barricarsi in albergo, scortati fuori solo per i novanta minuti della partita prima di scappare via terrorizzati. Secondo l’Onu, il 90 per cento della capitale è oggi nelle mani della criminalità organizzata. «È il caos puro, la gente scappa e si sta barricati, la violenza ha superato ogni logica», aveva sintetizzato l’attaccante Don Deedson pochi giorni prima di firmare il gol che valeva il Mondiale. Deedson e compagni si dividono in due perfette metà, specchio fedele del trauma nazionale. Degli undici titolari, la prima metà è formata da ragazzi nati sull’isola. Sopravvissuti, nel senso più feroce del termine: erano bambini quando, nel 2010, il terremoto di magnitudo 7.0 rase al suolo tutto, cancellando duecentomila vite e condannando oltre tre milioni di persone alla miseria assoluta. L’altra metà della rosa è nata e cresciuta altrove, forgiata nel cemento statunitense o nelle banlieue francesi.

Per loro, Haiti non è casa ma un’Itaca a cui sanno benissimo di non poter fare ritorno. Andranno al Mondiale senza uno stadio e forse senza nemmeno il tifo. Già: nessun haitiano può entrare negli Stati Uniti perché Trump ha incluso l’isola nella lista dei 12 Paesi ai quali è vietato l’ingresso per questioni di sicurezza nazionale. E chissà se è un caso che Haiti giochi tutte e tre del proibitivissimo girone con Scozia (la nazionale con cui i caraibici debutteranno al torneo il 14 giugno alle tre di notte ora italiana), Brasile e Marocco proprio negli Usa. I migranti haitiani in territorio americano si stimano in 850mila, metà dei quali sono in Florida. Dovranno bastare loro per sostenere i Grenadiers, e chissà se nel frattempo Haiti si fermerà per guardare le partite e sentirsi, per 270 minuti, in pace.

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