La Federazione marocchina non si è crogiolata sul quarto posto conquistato ai Mondiali in Qatar, né si loda per il pareggio 1-1 contro il Brasile. Semmai se ne rammarica vista la prestazione superiore a quella dei verdeoro, e questo è segnale di consapevolezza di essere ormai una top-Nazionale che punta a migliorarsi, quindi alla finale, come minimo. Il Marocco guarda avanti, infatti metà della rosa che fece innamorare il mondo quattro anni fa è stata spazzata via per fare spazio a nuovi talenti giovani ed... “europei”. Al 65’ della sfida contro il Brasile, con gli ingressi di El Mourabet (nato in Francia) e Talbi (Belgio), il Marocco aveva in campo undici giocatori nati all’estero. È la prima volta che accade a una qualsiasi Nazionale nella storia della Coppa del Mondo. Dieci di questi undici sono nati e giocano in Europa: l’unica eccezione è il portiere Bounou, nato in Canada e sedotto dai milioni dell’Al-Hilal.
Già dieci degli undici titolari non erano nati in Marocco, poi si è materializzato lo storico en plein costruito sull’asse che va da capitan Hakimi nato in Spagna come Brahim Diaz e Riad all’“olandese” Mazraoui, passando per il “belga” Khannouss e i “francesi” Diop, El Aynaoui e il fenomenale Bouaddi. Ecco, Bouaddi, 18enne magico che ha stregato il mondo con una prestazione fantascientifica è soltanto l’ultimo esempio del modus operandi della federazione marocchina che prova e riesce a convincere i figli dei suoi figli nati in Europa a sposare la causa. La moneta di scambio è concreta e preziosa: un ruolo da protagonisti in campo che le varie Francia, Spagna, Belgio e Olanda non possono promettere, senza bisogno di gavetta o prove tecniche. Per dire: a marzo, Bouaddi giocava con la Francia Under 21 e soltanto un mese fa ha detto sì alla Federazione marocchina che gli offriva la titolarità ai Mondiali.
La federazione reale marocchina guidata dal presidente Fouzi Lekjaa si muove come la dirigenza di un club, facendo scouting sui talenti con doppia cittadinanza. E riesce a convincerli perché è credibile, competente e potente. Lo dimostrano, tra le altre cose, l’assegnazione dell’edizione 2030 dei Mondiali (in asse con Spagna e Portogallo, quasi a rivendicare lo status di top-nazione europea) e la vittoria a posteriori dell’ultima Coppa d’Africa, arrivata dopo il caos della finale con il Senegal. Così ha trasformato una squadra che, quattro anni fa, sembrava arrivata alla fine di un ciclo in una che sembra averne aperto uno con vista sul 2030. Bouaddi, El Mourabet ed El Aynaoui hanno composto un centrocampo dall’età media di 20,6 anni.
I vecchi brasiliani (29 anni e 235 giorni di età media, la più alta dal 2006 per la Seleção) sono stati portati a spasso da Bouaddi, 18 anni, ennesima dimostrazione che il calcio (e non solo) deve essere consegnato ai giovani. Dovesse rimanere miracolosamente al Lille, verrà allenato dal figlio del ct (Davide Ancelotti) che ha tentato tre cambi a centrocampo per arginarlo, fallendo miseramente: 91% di precisione nei passaggi, 9 contrasti vinti, 3 dribbling completati, 6 contributi difensivi, 6 recuperi palla, 2 passaggi chiave nell’ultimo terzo di campo non mostrano come Bouaddi ha telecomandato il ritmo e governato gli spazi.
E occhio perché i prossimi fenomeni sono già sull'uscio: uno di questi è Ibrahim Rabbaj, ala 17enne cresciuta nel Chelsea che a molti ricorda Messi, è nato in Inghilterra ma ha già scelto il Marocco. Il presidente Lekjaa intanto alza l’asticella e si augura una finale contro la Spagna di Yamal, uno dei pochi a non essere stato convinto (il papà è marocchino). D’altronde si tratta di Yamal, l’eccezione che conferma la regola del Marocco che piace a tutti, soprattutto ai giovani talenti d’Europa.