Non ci siamo per niente e non è un problema di Mancini che va in Arabia a prendere il petrol-grano e torna alla casa madre come niente fosse - il fine pena mai è roba per frustrati e invidiosi – ma di promesse fatte e come sempre (co-me sem-pre) non mantenute. Ci avevano garantito la rivoluzione, figlia di una nuova visione, che avrebbe portato a una elaborata programmazione e tante altre cose che finiscono per –one e, invece, hanno partorito un Ct che finisce con –ini, uno che conosciamo come le nostre tasche, che è bravo e oggi parlerà del suo pentimento mostrando il cilicio. Robbé, per quel che conta ti abbiamo già perdonato: bentornato e speriamo che tu riesca a fare il miracolo di riportarci in linea di galleggiamento.
La cosa che proprio non riusciamo e non possiamo accettare è l’ennesima presa per il mulo portata avanti dal Palazzo del calcio, una roba che non è figlia di chissà quale macchinazione, ma conseguenza fisiologica di un mondo impantanato e paludoso dove qualunque tentativo di cambiare lo status quo viene castrato in un amen, nel caso specifico in meno di una settimana, il tempo necessario per passare da «proviamo a prendere Guardiola e a ragionare su un rinnovamento lungo 8 anni» a «eccovi qui Mancini e Ranieri, son bravi». Claudio Ranieri (il futuro, la programmazione, la visione): 75 anni tra breve. Intendiamoci, a Ranieri vogliamo bene come a uno di famiglia, ma il meccanismo che lo ha riportato in poltrona no, quello è inaccettabile e tristissimo. Ranieri che ormai diversi anni fa disse «è tempo che io vada in pensione, starò a casa con mia moglie» e da quel momento si è messo a lavorare come un ragazzino perché «c’è assoluto bisogno di te». Il nostro non è un paese per vecchi, è un paese per vecchissimi: nella testa, nelle intenzioni, nella naturalezza con cui si dicono certe cose e poi sempre con naturalezza - si fanno le cose opposte.
E allora, ci perdonerà, ma non possiamo non puntare il dito sul neo presidente eletto Malagò, l’innovatore, l’uomo sul quale riponevamo e riponiamo grandi speranze e che però dal suo insediamento si è mosso esattamente come tutti gli altri: le promesse, gli annunci fieri e pomposi, poi le retromarce di fronte ai primi borbottii, l’incapacità di difendere le sue scelte e soprattutto i suoi uomini, rispediti al mittente in una manciata di giorni come si fa col pacco Amazon indigesto. Soddisfatti o rimborsati? Malagò ha scelto il rimborso del “pacco-Maldini” e in una conferenza stampa al sapor di cacio & pepe si è limitato a dire che tutto è stato condiviso, tutto è figlio di ragionamenti importanti, tutto è sotto controllo come se fosse Antani e non finisce qui, «a giorni faremo un altro annuncio ma non chiedetemi di darvi un nome perché non posso anticipare niente».
Ecco, ci mancava giusto il quiz estivo per completare l’opera, oltre a una serie di botta e risposta con i giornalisti inframezzati da qualche battuta, ao’ di qua e di là e tentativi ormai standardizzati di normalizzare una figuraccia internazionale che quantomeno doveva passare da una qualche assunzione di responsabilità. Che ne so «chiediamo scusa, abbiamo sbagliato tutti, ci siamo illusi di poter fare una cosa diversa ma in Italia è impossibile. Ripartiamo con le solite logiche, i soliti nomi, il solito tentativo di sistemare il tutto mescolando la minestra, ché magari con un po’ di fortuna viene fuori un piatto stellato. Oh, in passato ci siamo riusciti». Sarebbe stato ugualmente triste, ma avremmo apprezzato. E invece no, si fa finta di niente e «stiamo lavorando sodo, dalla mattina alla sera». E allora Mancini. E Ranieri. E il Club Italia. E il sogno azzurro. E daje tutta! E che Dio ce la mandi buona, che tra l’altro è il motto dei disperati, ma a guardar bene anche il nostro livello massimo di “pianificazione”. Questi siamo.