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Ecatombe a Montreal, tennis in ginocchio: tutta colpa dell'Atp

di Paolo Barresi sabato 8 agosto 2026

3' di lettura

Il problema, stavolta, è che il ginocchio non è soltanto quello di Jannik Sinner. A Montreal è l’intero tennis a piegarsi sotto il peso del calendario che l’ATP continua ad allungare. Il dato è inappuntabile: per la prima volta dal 1990 non c’è un solo top 6 al terzo turno di un Masters 1000. L’unico precedente simile è Roma 1991, ma allora quattro dei primi cinque almeno giocarono. 

In Canada Sinner e Djokovic hanno rinunciato, Alcaraz è fermo per il polso, Auger-Aliassime per la schiena; Zverev, Medvedev e Fritz sono usciti all’esordio. Restano De Minaur e Shelton a rappresentare la top 10. E poiché la fortuna è cieca ma la sfortuna ci vede benissimo, Shapovalov e Diallo si sono ritirati durante i loro match: 0 su 6 per i canadesi. Montreal può ancora regalare una bella storia, ma la fotografia è impietosa. Dal 2003 al 2019 qui vinsero Roddick, Federer, Nadal, Djokovic, Murray, Tsonga e Zverev. Dal 2021 Medvedev, Carreno Busta, Sinner, Popyrin e Shelton. Per gli ultimi quattro fu il primo Masters 1000 e, Sinner escluso, finora anche l’unico.

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MODELLO
Il punto è il modello. I Masters 1000 dilatati a dodici giorni e 96 giocatori vendono più biglietti e distribuiscono più denaro, soprattutto a chi è più indietro in classifica. È il compromesso della riforma. Ma la coperta resta corta: Montreal finirà il 13 agosto, lo stesso giorno in cui comincerà Cincinnati. Dal 2028 arriverà anche il Masters 1000 saudita, che ricalcherà il formato settimanale di Monte Carlo. Si aggiunge, si allunga, quasi mai si restituisce tempo, e allora non stupiamoci se i migliori scelgono.

Proprio Sinner ha ricordato quanto sia facile trasformare un controllo medico in una spy story dai contorni non nitidi, ma comunque reali. Il fastidio al ginocchio destro c’è stato: controlli alla clinica sportiva, Physioclinic di Milano, eccellenza in tal senso, con indicazione di un ciclo di fisioterapia. Jannik nel frattempo si è allenato ad alta intensità al Country Club di Montecarlo, senza limitazioni. La partenza per l’Ohio resta programmata per domenica e Cincinnati non sembrerebbe in bilico, ma soprattutto, non è in discussione la sua partecipazione allo US Open. Prudenza sì, allarmismo no.

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E allora assume un significato molto specifico la rivoluzione proposta da Novak Djokovic: set ai quattro game, cinque set ma incontri contenuti nelle due ore. Idea che potrebbe risultare interessante ma che snaturerebbe il concetto di tennis (un po’ come se nel calcio ci fossero quattro tempi... ah sì, al Mondiale ci sono stati, vabbè), forse anche un po’ pro domo sua per un campione di 39 anni. Joao Fonseca ha sorriso: «Lo dice per il suo fisico, sta invecchiando». Touché.

Il dibattito ha senso, ma forse cura il sintomo e non la malattia. Il tennis non ha necessariamente bisogno di meno tornei, che sarebbe praticamente impossibile: ha bisogno di tornei che occupino meno calendario: si possono riportare i Masters 1000 nell’arco di una settimana, come per decenni. Prima di accorciare i set per permettere ai giocatori di sopravvivere al calendario, sarebbe più logico accorciare i tornei per permettere al tennis di respirare. L’ATP e il suo business model lo hanno messo in ginocchio; per rialzarlo, deve restituirgli tempo.

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