Tutti a parlare e a stupirsi del Como, miracolo dell’Italia pallonara. “Semm cumasch” è il motto della squadra e io, nel mio piccolo, lo sono. L’altra sera ero allo stadio Sinigaglia a godermi la prima in Champions League, per noi lariani meglio di una Prima della Scala. Non mi addentro in questioni tecniche, di calcio capisco poco o nulla, e mi godo meriti non miei e neppure nostri.
Nel senso che nel clamoroso successo di cui si parla in tutto il mondo sportivo e non solo c’è poco o nulla di comasco e a dirla tutta niente di italiano. Proprietà, soldi e visione sono indonesiani, l’allenatore fuoriclasse, Fabregas, è spagnolo, gli undici giocatori partiti titolari nella partita stravinta all’esordio internazionale erano tutti stranieri, lo sponsor principale è inglese (Revolut), l’amministratore delegato della società, Francesco Terrazzani, è un brillante manager trevigiano arrivato in riva al lago tre anni fa. Como è soltanto un logo e una location di un progetto che viene da fuori, tanto che l’alta borghesia cittadina - nessuno lo dice apertamente ma chi frequenta quei salotti ben lo sa - lo vive con distacco e malcelato fastidio (e ovviamente invidia) del tipo: ma che vogliono e che ci fanno questi tra noi?
È una storia che non ha nulla a che fare con altre e precedenti favole del calcio italiano, dall’Atalanta dei Percassi al Sassuolo degli Squinzi, nate sul territorio e di quel territorio espressione sociale, culturale ed economica. Questo Como è troppo per Como: troppo ricco, troppo bello, troppo internazionale, troppo vincente, in altre parole troppo diverso da ciò che noi comaschi siamo.
Morale: non è Como che va alla conquista del mondo, è Como che è stata conquistata. E da tifoso dico: per fortuna.