Cristiano Lucarelli pare uscito dall’operazione nostalgia, degli anni ’90 e ’00, del calcio italiano che ciclicamente ci ripropongono. In un’epoca dove la scarsità di centravanti prorompenti è atavica attaccarsi alle reti di 30 e 20 anni fa diventa l’illusione più semplice. Per qualcuno è un eroe, termine tremendamente inflazionato, del calcio popolare. Ha i suoi registri e i suoi crismi.
Dal 1992 al 2012 ha gonfiato le reti dal Cuoiopelli al Napoli passando per Perugia, Cosenza, Padova, Atalanta, Valencia, Torino, Parma, Šachtar e Lecce. In Salento l’allora diesse, Pantaleo Corvino, raccontò di averlo convinto ad approdare al Via del Mare con una telefonata. «Tutti mi avevano parlato male di lui» e così gli disse che «era il momento di mostrare il suo valore», Pantaleo dixit. Ma a Lucarelli associamo Livorno. Oltre 100 marcature con la maglia della sua città e la scelta di rifiutare un miliardo, dal Torino, per indossarla (ci ha fatto pure un libro).
Ora il Livorno lo allena. E ieri alle 18 lo ha guidato a La Spezia per la quarta giornata del campionato di serie C girone B. Partita calda e delicata, un vero e proprio derby. Ma non siamo qui a confezionare queste righe per il lato pallonaro, ma per entrare nelle parole di Lucarelli allenatore. «Dal 2007 ormai siamo abituati a qualsiasi cosa», il riferimento è al divieto per i tifosi di seguire i labronici nella trasferta ligure. «Il mio commento è che se rinasco faccio o il prefetto o il questore. Come se fossi il presidente dell’Aci e siccome è pieno di incidenti fermo tutto. Stop a tutte le macchine, a tutti i motorini, a tutti i camion. Prendo lo stipendio, non vado a cercare rogne, tengo tutti a casa. Ho fatto il mio lavoro, no?». Continua. «La cosa che mi fa ridere è che magari quando ci sono le coppe europee, vedi che arrivano dal continente orde di tifosi violenti, che spaccano tutto, che distruggono le nostre città. Qui divieti non ce ne sono».
Un discorso che, per certi versi, segue le linee stabilite a inizio settembre nella “Conferenza Uefa sulla sicurezza” in cui il massimo organo calcistico europeo ha asserito che «i tifosi hanno il diritto di viaggiare e assistere alle partite e seguire la propria squadra sia in casa che in trasferta, nel rispetto delle leggi e dei regolamenti vigenti». Lucarelli prosegue. «Anche le sigarette fanno male e portano il cancro, però non le ritirano dal mercato. Perché? Perché sono sotto il monopolio dello Stato. Rinascessi studierei invece di fermarmi alla terza media, diventerei questore e mi metterei comodo sulla poltrona, non farei nulla. Fermo tutti, tutti a casa. Zero rischi, sono a posto».
Il comunista che esultava, sotto la curva nord livornese, con il pugno chiuso eccolo incastonato tra populismo e popolo. Tra semplificazioni e megafono della gente, la sua. Dove le decisioni e le analisi dello Stato sono un dettaglio tra i divieti. Una Nazione di allenatori di calcio tramutasi in questori. Tant’è. «Sono stato capocannoniere, ma tutto è stato sottovalutato rispetto ai miei ideali politici, che pure porterò nella tomba. Non è giusto. Quando mostrai il Che, avevo vent’anni», disse a Repubblica qualche tempo fa. E ora le sue parole, del ragazzo del quartiere Shangai come fosse uscito dal film Ovosodo di Virzì, hanno visto aprirsi contro di lui un fascicolo da parte della Procura Federale della Figc, guidata da Giuseppe Chinè. Il motivo? Bisogna verificare se il suo discorso ha violato il codice di giustizia sportiva, in particolare in merito ai principi di lealtà, correttezza e al divieto per i tesserati di esprimere giudizi lesivi della reputazione di organi istituzionali. Dovere di cronaca, il Livorno ha perso 2-0. Tanto vi dovevamo.