Il problema, naturalmente, è il cognome. Perché se ti chiami Mussolini, fai il calciatore e giochi male, pazienza. Ma se sei bravo, allora la faccenda diventa tremendamente complicata. Poi capirai, Romano, 23 anni, terzino destro della Lazio e pronipote del Duce, di secondo nome fa pure Benito. Diciamo che per mettere in seria difficoltà il sistema immunitario dell’antifascismo calcistico gli basta l’anagrafe.
Per far impazzire le difese avversarie, invece, ci sta mettendo del suo. Salta, riparte, crossa. Corre come un ossesso. A Roma. Per sua fortuna non ha scelto di fare marcia. E per fortuna della galassia antifa esistono le distinte ufficiali. Su quelle basta scrivere il cognome paterno, Floriani, per scongiurare qualche tic di troppo sul braccio destro. Di destra però Gattuso, che evidentemente non consulta l’albero genealogico prima di compilare la formazione, gli ha consegnato la fascia. Dai, diciamo la corsia.
Sei presenze nelle prime sette giornate, quasi cinquecento minuti e una crescita che si nota senza bisogno di scomodare l’Istituto Luce. È uno dei volti meno citati del piccolo miracolo autunnale biancoceleste, prima con 19 punti, gli stessi dell’Inter. Proprio perché non fa Verdi, Bianchi o Rossi. Alle 20.45 contro il Parma, la sua squadra può ritrovarsi da sola in vetta, e sarebbe già un titolo. Con un Mussolini titolare, poi, qualche caporedattore di Repubblica potrebbe chiedere il trasferimento.
LA FAMIGLIA
La storia del ragazzo è un piccolo romanzo di geografia calcistica e tipografia politica. Nato a Roma il 27 gennaio 2003, figlio di Alessandra Mussolini e Mauro Floriani, pronipote di Benito e con Sophia Loren per prozia, è passato dalle giovanili della Roma a quelle della Lazio, poi Pescara, Juve Stabia, Cremonese e ritorno a Formello. A Castellammare, in serie B, 33 presenze, un gole tre assist in campionato. Quella rete, di testa contro il Cesena nel dicembre 2024, scatenò uno scandalo memorabile: lo speaker lo celebrò gridando «Romano», i tifosi risposero «Mussolini», con braccia tese annesse. Apriti cielo. La Procura federale si interessò all’esultanza e il ragazzo, colpevole soprattutto di aver segnato, si portò l’indice alle labbra. In Italia puoi sbagliare un rigore, ma guai a segnare con il cognome sbagliato.
Perfino la maglia ha seguito una sua carriera parallela. Alla Juve Stabia era «F. Mussolini», alla Cremonese diventò «Floriani M.», ora alla Lazio è solo «Romano». Qualche coppia di tifosi laziali, noti per la sobrietà politica, avrà già pensato di comprare la maglia di Romano, ma da affiancare a una di “Saluto”.
Lui comunque continua a fare l’unica cosa per cui viene pagato (peraltro appena 150mila euro l’anno, con rinnovo da 600mila in arrivo): giocare. «Giudicatemi per questo, non per il cognome», ha chiesto più volte. Richiesta ragionevole, dunque quasi sovversiva.
Gattuso ieri ha avvisato tutti, compreso lui: «Se vogliamo gestire la partita prenderemo una legnata nei denti». Quindi contro il Parma toccherà correre, ancora a Floriani sulla destra e a Tavares sull’altra corsia; Mandas confermato in porta, Isaksen, Noslin e Zaccagni davanti. Taylor è recuperato, mentre restano fuori Rovella e Marusic. Il tecnico preferisce «l’intensità, i picchi massimi» alle chiacchiere sui cognomi. E chissà che un giorno il suo esterno non convinca pure Roberto Mancini a portarlo in Nazionale. Un Mussolini con l’Italia, pronto a spezzare le reni alla Grecia di turno. Sarebbe la prova definitiva: una convocazione per meriti sportivi, senza referendum sull’albero genealogico. Ma non anticipiamo i tempi. Intanto c’è il Parma. Con Mussolini che continua a fare solo cose buone.
Col pallone eh, si capisce. Prima che qualcuno apra un fascicolo.