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Immigrazione, irregolare da espellere? Ma il giudice deciderà nel 2032

di Simone Di Meo mercoledì 16 settembre 2026

3' di lettura

Si potranno pure approvare le leggi migliori del mondo per tenere a freno l’immigrazione dilagante ma, finché ai giudici basterà un semplice calendario per neutralizzarle, l’Italia resterà un Paese a sovranità limitata. Prendete la storia di Amy F. È senegalese, chiede una improbabile protezione internazionale e riceve un secco “No” dalla commissione territoriale. Si arrende? Nemmeno per sogno. Assistita dall’avvocato Lars Hansen del foro di Genova, fa ricorso al Tribunale di Torino.

A quel punto ci si aspetterebbe una decisione rapida, anche perché la donna arriva da un Paese considerato sicuro e il suo racconto è ritenuto generico e privo dei riscontri necessari per il riconoscimento dello status. Amy F. sostiene, infatti, di essere stata mandata a 14 anni a fare lavori domestici presso la casa di un uomo, tale Cheikh K., e di essere stata poi data in sposa, a 16 anni, a un uomo che ne aveva 71.

Dopo il matrimonio, Amy giura di avere subito ripetute e pesanti violenze fisiche e sessuali da parte del marito. Il quale l’avrebbe poi accusata di adulterio, cioè di essere scappata con un amico di infanzia. La difesa della donna sostiene che, nel contesto sociale da cui proviene Amy F., una condizione rurale assai lontana dalla realtà della capitale Dakar, un’accusa del genere potrebbe esporla a conseguenze molto gravi in caso di ritorno in Senegal, fino al rischio di violenze. Per salvarsi, sarebbe quindi fuggita e avrebbe raggiunto in Italia uno zio, Aliou L., a Vercelli, che le avrebbe offerto ospitalità.

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DRAMMA
Vero, falso? Secondo la commissione territoriale ci sono fondati motivi per ritenere questa ricostruzione assai poco attendibile e, in ogni caso, si tratta di un dramma personale che, al di là delle valutazioni morali, non riguarda né le convinzioni religiose né politiche della donna. Condizioni che di solito sono poste alla base per il riconoscimento della protezione internazionale. Tant’è che la legge, per circostanze come queste, prevede una procedura accelerata.

Invece il giudice che deve valutare il caso che cosa fa? Fissa l’udienza alle ore 15 del 22 giugno 2032. Cioè, tra sei anni. Un’eternità. Sei anni di attesa, durante i quali il provvedimento impugnato resta sospeso. E, quindi, Amy F. può tranquillamente restare nel nostro Paese pur non avendone teoricamente titolo. Infatti, la richiesta è già stata esaminata ed è stata respinta. Se il primo vaglio ha escluso i presupposti per ottenere la protezione, perché allora servono altri sei anni per stabilire se quel diniego sia corretto?

Le due paginette del decreto del magistrato non spiegano il motivo di questo cortocircuito. E non è una questione procedurale. Per gli altri passaggi i tempi sono tutt’altro che biblici: ci sono i termini per le note difensive, quelli per la documentazione che deve arrivare dall’amministrazione e la trasmissione degli atti al pubblico ministero. Si ragiona in giorni e settimane. Poi si arriva all’udienza e il calendario balza direttamente in un altro decennio. Eppure, il Tribunale di Torino ha una task force speciale sul fronte dei ricorsi della sezione immigrazione: funziona o no?

Il ricorso dovrà essere esaminato, su questo non c’è discussione, e non è questo il cuore del problema. Se il rigetto è sbagliato, Amy F. ha tutto il diritto di poterlo far correggere. Se invece è giusto, lo Stato ha tutto l’interesse a chiudere la vicenda in tempi rapidi. Rinviare al 2032 lascia invece tutto in un limbo di incertezza e indeterminatezza: il provvedimento di rigetto, che significa espulsione, non produce effetti e la richiedente continua a restare in Italia aspettando l’udienza. 

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PROSPETTIVE
Amy F. non lavora. Deve vivere, mangiare, avere un tetto, pagare le spese quotidiane. Come si manterrà? Chi le offrirà aiuto? Chi si farà carico di una persona che resterà per anni in attesa di sapere se potrà rimanere? E con quale prospettiva? La fissazione dell’udienza a così lunga scadenza è anche una questione di sicurezza e tenuta sociale. Non perché dagli atti emerga una pericolosità di Amy F. Il punto è che lasciare per anni una persona senza una occupazione e con una posizione ancora sospesa significa renderla schiava di approfittatori e poteri criminali oltre che destinarla a una vita di stenti. E questo vale per lei e per i tanti come lei che, invece di ritornare a casa, si convincono di poter vivere una esistenza impossibile da noi.

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