È nata a Padova la prima Camera arbitrale islamica, un tribunale privato per dirimere le questioni interne alla comunità musulmana locale secondo i dettami della Sharia. È scritto proprio così, nero su bianco, nell’atto fondativo: «Per le situazioni e le questioni non regolate dalla Sharia, si applica il diritto italiano».
In altre parole la nostra Costituzione e le nostre leggi diventano carta straccia, buone al massimo a decidere - bontà loro questioni bagatellari non contenute o normate nei sacri testi coranici.
Sui diritti fondamentali, sulle libertà incompressibili, sui doveri non aggirabili la comunità musulmana pretende di continuare a fare come se l’Italia fosse una repubblica islamica, come se la separazione netta tra Stato e religione non fosse uno dei cardini della democrazia.
Immagino, mi auguro, spero fortemente che l’iniziativa venga immediatamente bloccata, il nostro ordinamento prevede un unico potere giudiziario che non può essere appaltato e qualsiasi tipo di mediazione, anche privata, non può che avvenire applicando i codici civile e penale fin nei minimi dettagli.
Ma il solo fatto che sia stata pensata e incardinata dimostra quale sia il livello di integrazione che le comunità di immigrati anche di seconda e forse terza generazione hanno in mente: livello zero; il solo fatto prova come quello sulle regole dell’accoglienza sia un dialogo tra sordi. E infine dimostra quanto sia stupido e pericoloso tenere bordone alle teorie che l’immigrazione sia una risorsa imprescindibile per il nostro futuro, a meno che non si immagini un futuro basato sulla Sharia.




