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"Come stanno i ragazzi", docu-inchiesta sul suicidio dei minori

sabato 8 febbraio 2020
3' di lettura

Roma 5 feb. (askanews) - E' un fenomeno in costante crescita ma di cui si parla poco quello dei disturbi neuropsichici e dei tentativi di suicidio tra i minorenni. Nel 2018 i pazienti di neuropsichiatria infantile sono stati più di 500mila: ragazzi di ogni classe sociale, con contesti familiari molto diversi, che attraversano forti depressioni, attacchi di panico, crisi di angoscia di fronte alle loro sfide quotidiane. Andrea Battistuzzi e Alessandro Tosatto hanno realizzato il documentario "Come stanno i ragazzi", intervistando medici, esperti e giovani che hanno compiuto un percorso di guarigione. "Questo documentario è nato un anno e mezzo fa in un lavoro che stavamo facendo con alcuni colleghi giornalisti a Padova, in cui, chiacchierando con i medici mentre stavamo dentro alla pediatria dell'Ospedale civile di Padova, che tra l'altro è una delle realtà più avanzate in Italia, ci siamo accorti che un numero grandissimo dei pazienti della psichiatria in quel momento erano tutti tentati suicidi, o comunque dei ragazzi che si erano fatti molto male in qualche modo. Abbiamo scoperto che il suicidio è la seconda causa di morte tra gli adolescenti". Il fenomeno è cresciuto negli ultimi 30 anni ma esploso negli ultimi 10 e rischia di diventare un'emergenza. "Gli accessi in pronto soccorso in emergenza, quindi parliamo di tentati suicidi o ragazzi che ci vanno molto vicino, sono aumentati negli ultimi due o tre anno del 21%, i ricoveri nei reparti si neuropsichiatria infantile sono aumentati del 48%. In Lombardia ogni anno 120.000 ragazzi accedono ai servizi di neuropsichiatria infantile, e a Milano fino a un anno fa non c'erano posti letto per ragazzi. In Italia ci sono almeno otto regioni in cui non ci sono comnpletamente posti per ragazzi e quindi chi accede ad un pronto soccorso per un tentato suicidio viene portato in altre regioni. Teniamo presente che sono percorsi molto lunghi". Durante il lavoro di ricerca svolto per un intero anno i registi hanno riscontrato quanto siano diffusi i fenomeni di autolesionismo tra i ragazzi. "Tra i ragazzi è un fenomeno abbastanza comune. E' molto facile che un adolescente conosca qualcuno tra gli amici, o gli amici degli amici, che si taglia. C'è un mondo nascosto nei social in cui ci sono tutorial su come non far vedere ai genitori che tu ti tagli". Difficile risalire ad un unica causa, sicuramente i social hanno però potenziato l'effetto. "Quello che viene fuori è che sono ragazzi che sono stracarichi di aspettative, ad esempio, che hanno sulle loro spalle aspettative enormi. Sicuramente è una società che bombarda con messaggi contrastanti e da una parte spinge questi ragazzi ad un'idea di successo enorme, di diventare il prossimo Mark Zuckerberg, di fare un sacco di soldi, dall'altra manda un messaggio molto negativo sul futuro". "Come stanno i ragazzi" verrà presentato in anteprima il 15 febbraio alla Casa del Cinema e poi girerà per le scuole in tutta Italia, per sensibilizzare l'opinione pubblica e non solo su questo macro fenomeno. "Quello che serve oggi sono specialisti, medici specializzati nella cura dei ragazzi. Il Sistema Sanitario non ha assolutamente gli strumenti per fare fronte a questa emergenza o comunque di fronte a questo problema molto rilevante che sta crescendo. In Italia i reparti di neuropsichiatria infantile, quindi con esperti, sono pochissimi, i posti letto sono una manciata".

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"No good men", la commedia romantica nella Kabul pre-talebani

Roma, 26 mag. (askanews) - E' ambientato a Kabul nel 2021, poco prima del ritorno dei talebani dopo 20 anni di presenza americana, "No good men" della regista Shahrbanoo Sadat, nei cinema italiani dal 28 maggio. Una commedia che non vuole solo denunciare il patriarcato violento nella società afgana ma anche mostrare, attraverso una storia romantica, il vero volto delle donne di Kabul.

Sadat, che oggi vive in Germania, nel film interpreta Naru, un'operatrice tv di Kabul News. "In quel momento c'erano opportunità, io sono un prodotto di quei venti anni: ho studiato inglese, ho avuto un lavoro, sono diventata regista, ma la nostra è comunque una società profondamente patriarcale, con tante limitazioni per le donne. Nel film volevo raccontare la storia di una di loro, che lavora e al contempo prova a combattere il sistema. E volevo farlo attraverso una commedia romantica, che in realtà non era mai stata fatta prima in Afganistan, e anche questa era una sfida complessa per me".

Per la regista era importante mostrare varie sfaccettature della società afgana, delle sue donne e di quegli uomini che anche oggi cercano di sottrarsi alle logiche patriarcali, i 'good men': "Molti pensano che tutte le donne in Afganistan siano represse, silenziose ma questo è un cliché: anche se negli ultimi 5 anni non possono più andare a scuola o lavorare, ma non vuol dire che stiano ferme a casa. Conosco tantissime donne che seguono corsi d'inglese o fanno sport in segreto: anche se le libertà sono limitate non si fermeranno. E allo stesso modo non si parla mai dei 'good men' e di quanto è difficile per loro la vita lì: vengono bullizzati, molestati. Ma abbiamo bisogno anche degli uomini, senza di loro anche i movimenti femminili non possono arrivare a creare una società fatta di rispetto per l'altro".

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Clima, attivisti fanno causa alla Svezia

Stoccolma, 26 mag. (askanews) - Un gruppo di attivisti per il clima ha fatto causa allo Stato svedese, accusandolo di aver violato il diritto di protesta. Il ricorso è stato presentato al tribunale distrettuale di Stoccolma da 46 attivisti di Svezia, Norvegia e Germania, riuniti sotto il nome "The Rosa Case", in riferimento a Rosa Parks. Secondo il gruppo, tra il 2020 e il 2026 fino a 388 attivisti climatici sarebbero stati sospettati, processati o condannati per avere partecipato a manifestazioni.

"Abbiamo chiesto che questo caso venga trattato come un'azione collettiva, e ci sono già 46 persone che lo sostengono - afferma l'attivista Viktor Jonsson -. Potenzialmente, il gruppo complessivo potrebbe arrivare a 388 persone, che abbiamo identificato come partecipanti a manifestazioni negli anni 2020 a favore della transizione climatica e contro attività dannose per il clima. Chiediamo che lo Stato ci risarcisca per le violazioni che abbiamo subito, per il fatto di essere stati portati davanti a un tribunale. Questo è il denominatore comune: siamo stati processati per avere manifestato pacificamente".

"Dal punto di vista legale - prosegue Jonsson - ci basiamo sulla Costituzione svedese, sulla Convenzione europea, che in Svezia è legge, e soprattutto sulla Convenzione di Aarhus, oltre che sulle altre convenzioni delle Nazioni Unite sui diritti umani".

"Non ci è permesso manifestare. O meglio: se manifesti per il clima e lo fai creando disagio, vieni portato in tribunale e molto probabilmente condannato per un reato. Questo non può esistere in una società democratica", conclude l'attivista.

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"Per quanto abbiamo appreso dai nostri assistiti gli abusi ci sono stati e sono stati anche di natura molto diversa tra loro, quindi è importante che il racconto di ciascuno non venga disperso, l'esperienza diretta di ciascuno non venga dispersa", racconta ad askanews Francesca Cancellaro, una delle avvocate del team legale. "Sicuramente abbiamo ravvisato fin da questi primi racconti una escalation di violenza e anche di intensità rispetto agli abusi che ci sono stati, ai maltrattamenti, quindi da questo punto di vista è necessario proprio una grande attenzione ricostruttiva", sottolinea. Ad essere ascoltate al momento una quarantina di persone. "Sono stati giorni del rientro e naturalmente sono stati giorni molto delicati perché le persone sono tornate ovviamente con i segni e i traumi che hanno riportato dopo la permanenza in Israele e prima ancora, a partire dal momento del sequestro, quindi già in acque internazionali", dice Cancellaro.

Dopo l'ascolto, i passi legali. "Abbiamo iniziato a sentire le prime testimonianze formalmente perché ovviamente tutto quello che è il racconto delle esperienze vissute direttamente da ciascuno degli attivisti dovrà confluire poi nel fascicolo di indagini che è stato aperto davanti alla Procura di Roma", spiega l'avvocata del team che lavora con gli attivisti.

"Quando le testimonianze, così come anche i documenti che ci stanno fornendo i nostri assistiti, saranno acquisite nelle formalità prescritte dalla legge queste potranno essere utilizzate e fondare anche la nostra ricostruzione, come denuncia-querela in nome dei singoli denuncianti e querelanti".

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