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"Vivi con il cuore", la prevenzione cardiaca a misura di donna

sabato 14 dicembre 2019
3' di lettura

Roma (askanews) - Con un decesso ogni 10 minuti, le malattie cardiovascolari e l'infarto sono il killer numero uno per le donne, ma la maggioranza di loro non è consapevole del rischio e pensa che queste patologie riguardino soprattutto gli uomini. E pensare che, riconoscendo subito i sintomi, si potrebbe prevenire quasi l'80% degli eventi cardiaci, evitare morti premature e permettere la migliore cura per le donne colpite da infarto. Se ne è parlato all'80mo Congresso della Società Italiana di Cardiologia, organizzato a Roma, nel corso del quale è stata presentata un'indagine condotta su un campione statisticamente significativo di uomini, donne e sui giovani cardiologi per comprendere la percezione delle differenze di genere in relazione al rischio cardiovascolare. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Carmen Spaccarotella, dell'Università Magna Grecia di Catanzaro. "Nel dettaglio questa survey ha dimostrato che il 78% delle donne pensa che la malattia cardiovascolare non sia la principale causa di morte ma che è una delle principali cause di morte sia per la donna il tumore al seno o altre tipologie di tumori. E solo il 22% ha contezza che la malattia cardiovascolare è il killer numero uno anche nelle donne così come accade negli uomini". Dall'indagine è emerso anche che i medici, in particolare quelli più giovani, non si sentono sufficientemente informati su questo specifico argomento. "Pensate che nei medici under 40, in realtà il 70% ha percezione del fatto che la malattia cardiovascolare è presente nelle donne, ma più del 30% non si sente sufficientemente informato tanto da poter elencare anche alle donne quelle che possono essere i fattori di rischio e quelle che possono essere i rischi della patologia coronarica". Ma quali sono allora i principali fattori di rischio nelle donne? Lo abbiamo chiesto alla professoressa Anna Vittoria Mattioli, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. "Le donne hanno dei fattori di rischio che sono proprio legati al sesso: quello più conosciuto è la menopausa. Il momento della menopausa toglie una serie di effetti protettivi che gli estrogeni esercitano per esempio sui vasi, per cui la pressione può salire, si ha un amento dell'obesità, soprattutto a livello addominale, ma attualmente noi abbiamo identificato dei fattori di rischio propri della donna che si possono manifestare e sviluppare anche in età più giovane. Ad esempio l'ipertensione che si sviluppa durante la gravidanza, deve essere considerata anche un segnale perché è legata ad un aumento del rischio di avere malattie cardiovascolare, infarto, malattia di cuore in età più adulta. Stesso discorso per il diabete durante la gravidanza, anche questo è un fattore di rischio specifico per la donna, sia per la comparsa di diabete in età più avanzata, sia per la comparsa di malattia delle coronarie, sia per la comparsa di 'stroke', quindi di eventi a livello cerebrale". Sull'importanza del riconoscere i sintomi delle malattie cardiovascolari e sulla loro tipicità è intervenuto il prof. Giuseppe Mercuro, past president della Sic. "Vi sono due tipicità, perché una volta si diceva che nell'uomo la manifestazione clinica è tipica perché si considerava come prototipo l'uomo, il maschio di 40-50 anni, di un certo peso e una certo statura e quindi il sintomo è il classico forte e violento dolore al centro del petto, più o meno irradiato al braccio, al collo. Nella donna sovente questo sintomo è sostituito da altri sintomi diversi, che possono un po' trarre in inganno: per esempio sintomi vegetativi come l'emicrania , le vertigini o la perdita di equilibrio, dolori addominali". Da parte di tutti i medici specialisti è emersa l'esigenza di informare quanto più possibile la popolazione con campagne mirate come quella "Vivi con il Cuore" promossa dalla Sic. Ancora la dottoressa Spaccarotella. "L'informazione è alla base e proprio le campagne promosse dalla Sic, tra cui 'Vivi con il cuore', che è proprio quella che si occupa della malattia di genere, si pone lo scopo di informare il più possibile la donna e soprattutto di aumentare la sua percezione sulla malattie cardiovascolari e sui fattori di rischio".

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"No good men", la commedia romantica nella Kabul pre-talebani

Roma, 26 mag. (askanews) - E' ambientato a Kabul nel 2021, poco prima del ritorno dei talebani dopo 20 anni di presenza americana, "No good men" della regista Shahrbanoo Sadat, nei cinema italiani dal 28 maggio. Una commedia che non vuole solo denunciare il patriarcato violento nella società afgana ma anche mostrare, attraverso una storia romantica, il vero volto delle donne di Kabul.

Sadat, che oggi vive in Germania, nel film interpreta Naru, un'operatrice tv di Kabul News. "In quel momento c'erano opportunità, io sono un prodotto di quei venti anni: ho studiato inglese, ho avuto un lavoro, sono diventata regista, ma la nostra è comunque una società profondamente patriarcale, con tante limitazioni per le donne. Nel film volevo raccontare la storia di una di loro, che lavora e al contempo prova a combattere il sistema. E volevo farlo attraverso una commedia romantica, che in realtà non era mai stata fatta prima in Afganistan, e anche questa era una sfida complessa per me".

Per la regista era importante mostrare varie sfaccettature della società afgana, delle sue donne e di quegli uomini che anche oggi cercano di sottrarsi alle logiche patriarcali, i 'good men': "Molti pensano che tutte le donne in Afganistan siano represse, silenziose ma questo è un cliché: anche se negli ultimi 5 anni non possono più andare a scuola o lavorare, ma non vuol dire che stiano ferme a casa. Conosco tantissime donne che seguono corsi d'inglese o fanno sport in segreto: anche se le libertà sono limitate non si fermeranno. E allo stesso modo non si parla mai dei 'good men' e di quanto è difficile per loro la vita lì: vengono bullizzati, molestati. Ma abbiamo bisogno anche degli uomini, senza di loro anche i movimenti femminili non possono arrivare a creare una società fatta di rispetto per l'altro".

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Stoccolma, 26 mag. (askanews) - Un gruppo di attivisti per il clima ha fatto causa allo Stato svedese, accusandolo di aver violato il diritto di protesta. Il ricorso è stato presentato al tribunale distrettuale di Stoccolma da 46 attivisti di Svezia, Norvegia e Germania, riuniti sotto il nome "The Rosa Case", in riferimento a Rosa Parks. Secondo il gruppo, tra il 2020 e il 2026 fino a 388 attivisti climatici sarebbero stati sospettati, processati o condannati per avere partecipato a manifestazioni.

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Milano, 26 mag. (askanews) - Il team legale in Italia della Global Sumud Flotilla ha cominciato a sentire le testimonianze degli attivisti italiani rientrati in Italia dopo essere stati fermati dall'esercito israeliano mentre cercavano di portare aiuti a Gaza, via mare.

"Per quanto abbiamo appreso dai nostri assistiti gli abusi ci sono stati e sono stati anche di natura molto diversa tra loro, quindi è importante che il racconto di ciascuno non venga disperso, l'esperienza diretta di ciascuno non venga dispersa", racconta ad askanews Francesca Cancellaro, una delle avvocate del team legale. "Sicuramente abbiamo ravvisato fin da questi primi racconti una escalation di violenza e anche di intensità rispetto agli abusi che ci sono stati, ai maltrattamenti, quindi da questo punto di vista è necessario proprio una grande attenzione ricostruttiva", sottolinea. Ad essere ascoltate al momento una quarantina di persone. "Sono stati giorni del rientro e naturalmente sono stati giorni molto delicati perché le persone sono tornate ovviamente con i segni e i traumi che hanno riportato dopo la permanenza in Israele e prima ancora, a partire dal momento del sequestro, quindi già in acque internazionali", dice Cancellaro.

Dopo l'ascolto, i passi legali. "Abbiamo iniziato a sentire le prime testimonianze formalmente perché ovviamente tutto quello che è il racconto delle esperienze vissute direttamente da ciascuno degli attivisti dovrà confluire poi nel fascicolo di indagini che è stato aperto davanti alla Procura di Roma", spiega l'avvocata del team che lavora con gli attivisti.

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