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Demand, Kluge e Viebrock: l'arte di perdersi ancora a Venezia

domenica 27 agosto 2017
2' di lettura

Venezia (askanews) - Che Venezia sia la città in cui si va proprio per perdersi e, in questo modo ritrovarsi realmente, è cosa nota. Più interessante è quando questo affascinante fenomeno si manifesta all'interno di una mostra che, almeno in apparenza, sembra costruita per fare perdere ogni punto di riferimento. Ma poi, improvvisamente, tutto cambia. Così, in una sorta di armadio, mi imbatto nel poeta e scrittore americano Ben Lerner, uno dei più sorprendenti innovatori della letteratura contemporanea, nonché membro del mio pantheon personale, che legge una poesia e, come d'incanto, la mostra mi parla con una lingua che, seppure formalmente non sia la mia, nei fatti è la mia. In questo modo si rimette in movimento una serie irrefrenabile di informazioni, emozioni, sguardi, presenze, che cambiano tanto il mio modo di stare all'interno dell'esposizione, quanto ciò che la mostra mi sa dire. Adesso però bisogna fare un passo indietro: siamo all'interno di Ca' Corner della Regina, sede veneziana della Fondazione Prada e la mostra in questione è "The Boat is Leaking. The Captain Lied", con lavori del regista e scrittore Alexander Kluge, della scenografa e costumista Anna Viebrock e dell'artista Thomas Demand, con la curatela di Udo Kittelmann. Qui, in un palazzo che le opere hanno reso se possibile ancora più ambiguamente vivo, si ragiona sulla complessità del presente e sui diversi modi in cui i tre artisti hanno rivolto il proprio sguardo specifico a quelli che Kittelmann chiama "tempi turbolenti". Il pensiero però, come è giusto che sia, prorompe dai luoghi, dai film, dalle fotografie e dagli oggetti sotto forma di una mediazione della nostra stessa esperienza, ricostruita artificialmente - come è cifra di un artista importante e consapevole come Demand - per consentire un più elevato livello di... la parola è questa: verità. Artistica, naturalmente, ma sempre verità. Luogo simbolico del percorso, costruito grazie e intorno alle scenografie di Viebrock, sono le porte, che, al primo piano del palazzo, inizialmente sembrano bloccare ogni possibile emozione in una luce algida, salvo poi spalancarsi su molteplici mondi diversi, tra loro collegati, pur in una sostanziale autonomia. L'estetica non sembra più essere della partita, ma naturalmente l'impressione è falsa perché lentamente ci accorgiamo che questa risiede esattamente, come direbbe Ben Lerner, nella perfetta consapevolezza della nostra presenza fisica in questo luogo, in questo momento. E quindi ora tutto può succedere, anche un acquazzone. La barca, per riprendere la metafora del titolo, ha una falla, ma restano pochi dubbi sul fatto che questa falla abbia un suo valore, una sua importanza e un suo mistero, in buona parte insolubile. Ma, come hanno scritto Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, attraverso i tre diversi linguaggi di Kluge, Viebrock e Demand si vuole provare a raccontare "una nuova storia". Che si compone grazie alla presenza di ciascun visitatore, intorno al grande miraggio di naufragi - allegria, avrebbe detto Ungaretti - che tutti quotidianamente sperimentiamo.

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