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MSC World Cruise, partita da Genova la crociera intorno al mondo

di TMNews mercoledì 7 gennaio 2026
2' di lettura

Genova, 7 gen (askanews) - Il 5 gennaio è salpata da Genova la MSC Magnifica per la settima edizione della MSC World Cruise, la crociera intorno al mondo di 132 giorni, la più lunga di sempre per la compagnia italiana. Quarantasei tappe, 33 Paesi, 2.300 viaggiatori di 60 nazionalità diverse.

"La circonferenza della Terra - ha spiegato Fabio Candiani, Drettore Vendite di MSC Crociere - è di 40mila chilometri di e questo giro del mondo ne percorrerà 74mila, quindi di conseguenza un doppio giro del mondo. Cominceremo da Genova passando per Marsiglia, Barcellona, poi le colonne d'Ercole andremo verso Funchal, Madeira e poi verso i Caraibi del Sud. Dai Caraibi del Sud passeremo il canale di Panama dal canale di Panama saliremo per il Messico fino a Los Angeles e da Los Angeles poi il viaggio proseguirà verso le Hawaii poi per le isole Samoa, le Fiji poi in giù verso la Polinesia Francese e poi di nuovo verso la Nuova Zelanda, l'Australia e arriveremo fino a Tokyo e poi naturalmente la Corea, la Thailandia, il Vietnam, la Cambogia per poi allungarci verso i mari dell'Oceano Indiano con Seychelles, Mauritius, La Reunion e poi di conseguenza raggiungeremo il Capo di buona speranza, avremo Città del Capo, passeremo per la Namibia e poi di nuovo Capo Verde e le Colonne d'Ercole e rientreremo nel Mediterraneo fino a raggiungere Genova il 16 di maggio".

MSC Magnifica sarà condotta dal comandante italiano Pietro Sarcinella e andrà alla scoperta anche di luoghi remoti, alcuni dei quali sono raggiungibili soltanto con un viaggio di questo genere.

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"La prima volta che sono andato a Caivano, sono piombato il giorno dopo che la preside mi aveva attaccato il telefono in faccia, non credendo che fossi io. Mi ha molto colpito, soprattutto l'aria intorno alla scuola che era piena di erbacce cancellate rotte, arrugginite, fuochi spenti da poco. Non era proprio quello che mi aspettavo di trovare. L'incontro dentro è stato bellissimo, perché la preside mi è venuta incontro abbracciandomi e scusandosi del fatto che il giorno prima mi aveva mandato a quel paese, mi ha presentato tutti gli alunni e lì è stata un po' l'emozione. Ho capito perché la preside si spendeva così tanto per questi ragazzi, perché veramente ho letto nei loro occhi una riconoscenza e l'amore verso la preside che gli aveva teso la mano e loro hanno capito, vincendo la resistenza, che quella mano tesa non solo era una seconda chance che gli si offriva, ma addirittura forse anche l'ultima".

La preside al suo primo incarico sceglie l'istituto più difficile, al centro di una delle più grandi piazze di spaccio, ma è pronta a tutto per portare avanti quella che per lei è una missione, recuperare i ragazzi, ridargli una speranza e offrirgli un'alternativa. Luisa Ranieri ha detto di aver sentito una grande responsabilità e la paura di non ruscire a restituire quello che lei aveva fatto:

"La sua storia mi ha influenzato nel senso che non avevo mai fatto una riflessione sul fatto di quanto è importante incontrare le persone giuste nell'età scolare, cioè le persone che hanno la capacità di accogliere, di guardare oltre, ma soprattutto del lavoro, la fatica che c'è contro tutto e tutti, specialmente nelle periferie per far funzionare le cose".

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"Le proteste in Iran non sono più soltanto economiche, ormai sono chiaramente politiche - ha spiegato l'analista - in strada vediamo manifestanti che esprimono rabbia, frustrazione e un profondo risentimento nei confronti della Repubblica islamica. La natura politica delle proteste è evidente sia nelle dimensioni delle mobilitazioni sia negli slogan che si sentono nelle strade".

"Questo indica quanto siano diffuse, in tutta la società iraniana, la rabbia e la frustrazione. Non si tratta di una sola frattura sociale: non è soltanto una protesta della Generazione Z né una mobilitazione guidata dal bazar. Le manifestazioni mettono insieme gruppi diversi, provenienti da tutto il Paese, comprese province a maggioranza di minoranze etniche. Questo segnala qualcosa di più ampio e, forse, più serio.

"Queste proteste potrebbero diventare significative proprio perché la popolazione è profondamente stanca. Le riforme di politica economica sembrano aver raggiunto un punto morto. Quello che vedo oggi è una crescente assenza di paura tra i manifestanti. Le persone sono esasperate. Resta da vedere se le forze di sicurezza romperanno i ranghi: finora non è accaduto. In passato, l'unità e la compattezza del regime hanno contribuito a contenere le proteste.

"Il Venezuela rappresenta un monito, sia per i manifestanti iraniani sia per la Repubblica islamica. Per i manifestanti, mostra che gli Stati Uniti tendono a promuovere i propri interessi più che un reale cambiamento democratico in Iran, puntando piuttosto a manovre simboliche e di facciata. E ancora questo chiarisce che non esistono vie d'uscita semplici per la leadership iraniana".

"Le proteste - ha concluso Sanam Vakil - si inseriscono in una sequenza di mobilitazioni che rendono chiaro che il cambiamento, in un modo o nell'altro, arriverà. Ciò che appare evidente è che il sistema nel suo complesso, l'establishment politico iraniano, è arrivato a un vicolo cieco. Senza un compromesso, senza un cambiamento delle politiche e dell'approccio verso i manifestanti e forse anche della struttura di governo la situazione è destinata a peggiorare".

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