L’odio è uno dei pochi tabù rimasti in piedi: più del sesso, più della morte. Lo si nomina per accusare, raramente lo si riconosce come sentimento al pari dell'amore o della paura. «Io odio da due a sei volte alla settimana, e così spero di voi», ha ammesso Michela Murgia durante una delle sue lezioni aperte: l’odio esiste, circola, ci attraversa con regolarità. È un’emozione che preferiamo trattare come una macchia altrui, e invece ci riguarda. «Chi sa di provare l’odio vive continuamente in un contesto che gli vieta, per via della presenza del tabù, di dirlo, di manifestarlo, di dichiararlo, di praticarlo. Deve vivere come un fuorilegge. Io vivo malissimo, ve lo dico: le mie giornate sono terribili, perché due terzi del mio tempo lo devo passare (o lo dovrei passare) a inventare scuse per camuffare quello che in realtà provo – che è l’odio, appunto», aggiunge Murgia. «Gli analfabeti relazionali che mi circondano credono di vedere odio in certe cose normali che faccio o dico, come per esempio quando addito l’ipocrisia dei vincoli censori e delle disorganizzazioni in cui il loro, di odio, si trasforma in autogiustificazione o violenza. Allo stesso tempo neanche immaginano il vero, autentico odio che coltivo, e che devo nascondergli perché altrimenti risulterei sgradevole, stridente e isterica – cioè donna».
L’obiettivo della scrittrice sarda è chiaro: sottrarre l’odio alla comodità dell’alibi e riportarlo nel campo più scomodo della responsabilità. È questo il senso di "Lezioni sull’odio" (Einaudi Stile libero, 120 pagine, 14 euro, in libreria dal 19 febbraio), un volume nato da una serie di incontri pubblici e fedele alla sua origine: voce diretta, ritmo orale, un’ironia che non addolcisce ma incide. La tesi è rischiosa: l’odio può essere una virtù. Ma “virtù” qui non significa sfogo legittimato, né autenticità emotiva messa a valore. Significa disciplina: trasformare un’energia che spesso inquina il presente in una presa di posizione capace di reggere un’etica. Per farlo, Murgia intraprende un percorso insieme culturale e politico: dalle maledizioni sarde ai salmi biblici, da Grazia Deledda alle lettere di san Paolo. Non è un inventario ornamentale. È la scelta di chi rifiuta l’idea che l’odio sia una novità tossica del nostro tempo e lo riconduce a una materia antica, già lavorata dalla lingua collettiva — religione, letteratura, tradizione orale. In queste forme l’odio è anche domanda di giustizia, talvolta persino pedagogia del conflitto.
L’esempio cardine è Antonio Gramsci e il suo «Odio gli indifferenti». Murgia lo assume come prova che l’odio, quando è riconosciuto e disciplinato, può smettere di essere distruttivo: non rancore, ma scelta morale contro l’inerzia; energia politica che non sfoga, prende posizione non per negare il conflitto, ma per dargli forma e responsabilità. Perché l’odio negato non scompare, si sposta: diventa capro espiatorio, linguaggio pubblico avvelenato, violenza che si crede inevitabile. Riconoscerlo e disciplinarlo, invece, significa restituire alla convivenza un confine essenziale: quello tra la rabbia che scarica colpe e la scelta - lucidissima - di odiare per non essere indifferenti.