È difficile immaginare che nella Sicilia dell'Ottocento le signore potessero “andare tra i cittadini e sedurli senza che i rispettivi padri o mariti potessero protestare”. La donna era proprietà amministrata in casa dal capofamiglia, eppure in occasione della festa di Sant’Agata a Catania, per tre giorni, giovani e anziane indossavano il vestito più bello e andavano in giro per Catania chiedendo doni e stuzzicando gli uomini per affermare la propria libertà e i propri diritti: erano libere dal controllo maschile di guardare, ammiccare e sedurre.
Erano le ’Ntuppatedde della tradizione (il termine deriva dal siciliano “tuppa”, la membrana che protegge il corpo delle lumache e rimanda a qualcosa che si nasconde) che si travestivano e nascondevano il viso per non svelare la propria identità durante i giorni della festa dedicata alla santa patrona. Si ha traccia di loro a partire dal 1600 e resistette fino al 1870 quando la tre giorni di libertà venne soppressa per questioni morali e di sicurezza: le donne velate erano malviste perché considerate pericolose e rimandavano alle streghe della tradizione popolare siciliana. Del resto la libertà femminile, in un sistema che la teme, viene sempre raccontata come disordine.
Tradotto: la comunità che per secoli aveva tollerato la parentesi, a un certo punto smette di tollerarla. Quando il patriarcato si sente minacciato, richiude la porta del recinto. Lo capisce benissimo anche Giovanni Verga, che nel racconto "La coda del diavolo" consegna alla letteratura una frase che pesa più di un trattato: “Dalle quattro alle otto o alle nove di sera la ’ntuppatedda è padrona di sé (cosa che da noi ha un certo valore)”. Ovvero: “da noi” per la donna ci sono pochissime occasioni di svago e divertimento e quindi la possibilità di essere libere durante Sant'Agata è una concessione. Una concessione che la ’ntuppatedda trasforma in una forza sovversiva che capovolge i ruoli: nella festa agatina “scelgono le donne”, mentre gli uomini diventano oggetto di richiesta, di provocazione, di giudizio.
Non sorprende allora che, dopo più di un secolo di oblio, la figura della ’ntuppatedda torni a vivere nei giorni dedicati a Sant'Agata (3, 4 e 5 febbraio ) come performance esplicitamente legata all’emancipazione femminile con le donne di nuovo per le strade, vestite di bianco e velate, con un fiore rosso in mano. Tutto merito di Elena Rosa, artista e performer, che nel 2013 ha ripreso la traccia delle ’ntuppatedde non per fare filologia, ma per riattivare un conflitto: un rito contemporaneo che insiste su movimento, cambiamento, relazione, e che invita le donne ad avvicinarsi e unirsi in nome della libertà. Propongono un modo per emanciparsi dalle costrizioni maschili, fisiche e psicologiche; vogliono essere lo sprone per le donne dei nostri giorni, a essere madri, mogli e figlie libere.
Discorsi che ancora oggi, nel 2026, fanno tremare il patriarcato: c'è chi si vorrebbe ancora negare alle ’ntuppatedde di festeggiare a modo loro la santa patrona Agata: uccisa per aver detto "no" a Quinziano. Un femminicidio. L’Arcivescovo di Catania, mons. Luigi Renna, ad esempio, durante l’omelia della messa dell’aurora del 2023, ha criticato la loro presenza affermando che «ci sono tradizioni da tramandare e altre da sradicare». «Sant’Agata è morta, non è andata a fare un ballo in discoteca. Per onorarla è meglio indossare il sacco e recitare la preghiera semplice del Rosario», ha puntualizzato l'arcivescovo. Da parte sua Elena Rosa, ha replicato che «queste affermazioni sembrano provenienti da un oscuro e triste passato di repressioni oltre che anacronistiche in questo momento storico, e ciò non fa che sottolineare l’importanza e la necessità sociale della nostra presenza». E infatti anche quest'anno le ’ntuppatedde hanno onorato Sant'Agata regalando a tutti bellezza ed eleganza nel nome della libertà.