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Oriana Fallaci, "da grande farò la giornalista" ma agli esordi era già grandissima

Esce un libro che raccoglie gli articoli della scrittrice pubblicati dal 1947 sul "Mattino dell’Italia centrale". Da subito ha mostrato i suoi tratti: l’estrema attenzione per i dettagli, la cura della scrittura, la versatilità
di Bruna Magi martedì 27 gennaio 2026

2' di lettura

Viene un nodo di malinconia in gola, ricordando una grande mostra allestita a Milano dopo la morte di Oriana Fallaci, avvenuta nel 2006: c’erano i suoi adorati cappelli, le corrispondenze inviate dal mondo, venne riproiettata la famosa intervista all’ayatollah Khomeini (quello delle stragi di oggi si chiama Khamanei e sembra un copia e incolla del precedente) appena insediato, dopo la caduta e la fuga dello scià. Oriana gli aveva fatto una sceneggiata pazzesca, strappandosi il chador, che era stata obbligata ad indossare, dicendogli di vergognarsi per aver imposto alle donne una tale schifezza. Erano gli anni Settanta, e in Occidente molte donne in crescendo di emancipazione professionale marciavano urlando lo slogan “io sono mia”.

Ma Oriana detestava gli ismi, nessuna come lei apparteneva soltanto a se stessa, da quando era nata, e aveva sempre voluto fare di testa sua, sin da bambina. Ma fece anche molte inchieste sulla condizione femminile. Non cedendo alla lusinga di quotidiane abitudini rassicuranti, solo moglie e madre come tutte le ragazze di allora, che magari di lamentavano, ma andava bene così. Insultando o blandendo, ferendo o accarezzando, perché questa è la vita. E secondo questa formula, di conseguenza, aveva fatto suo anche il principio sacro del giornalismo, inimitabile stile Fallaci: professione iniziata giovanissima, quando si era iscritta alla facoltà di di medicina, seguendo l’indirizzo formulato dalla famiglia, ma lei invece voleva scrivere.

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Ed è quanto emerge oggi in Da grande farò la la giornalista (Rizzoli, pag.222, euro 13), a cura di Giuseppe Fedi e Piero Meucci, deliziosa raccolta degli articoli scritti da ragazzina per un quotidiano fiorentino, Il Mattino dell’Italia Centrale, continuando poi per tutta la vita. Moriva di sonno, era sempre stanca, così piccolina e minuta, faceva le due di notte al giornale, il mattino dopo andava all’università, ma non riusciva più a reggere. Non diventò medico, per nostra fortuna continuò a fare la giornalista, occupandosi anche di cronaca mondana, soprattutto spettacoli, e riuscì a intervistare anche Clark Gable a Roma. Era l’anticipo di quanto avrebbe realizzato a Hollywood, alcuni anni dopo.

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Ma il lato incredibile sta nel fatto che già allora emergevano dalla sua scrittura eccelsa le caratteristiche fondamentali: il rigore professionale, l’ossessione di correggere, rivedere, riscrivere, e le inchieste sociali e il costume, indagando sulla condizione femminile, lei che non era femminista. Tutto, nella sua notissima vita professionale, sarà condotto con la stessa ostinazione di ragazzina principiante, e il gusto del particolare. Emerge anche, fra l’altro, che la specialità amatissima della più grande inviata era dire e fare il contrario dei suoi simili. Anche questo fra le ragioni della sua grandezza. C’era in lei sempre la ragazzina de Il Mattino dell’Italia Centrale, quando in seguito avrebbe raccontato gli incontri con Orson Welles, la guerra in Vietnam, l’amore con Panagulis e la Lettera a un bambino mai nato, il rimpianto della maternità perduta, il sogno grandioso dello sbarco sulla Luna. Sempre mantenendo lo spirito di allora, quando cercavano di farla demordere ma lei non si sarebbe mai arresa.

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