Pensate alla collega che rilegge dieci volte ogni email prima di inviarla; al genitore che controlla ogni compito del figlio; al responsabile che rifà sistematicamente il lavoro del team perché “non è fatto mai abbastanza bene”; all’amico che rimanda una decisione perché “non è ancora perfetta”. Forse conoscete qualcuno così. O forse vi riconoscete in una di queste descrizioni. Tutti quanti sono instancabilmente impegnati, eppure profondamente insoddisfatti. In una cultura che esalta l’eccellenza e il controllo, l’impeccabilità viene spesso celebrata come una virtù: un segno di rigore morale, di serietà professionale, di attenzione al dettaglio. Ma questa narrazione è ingannevole.
La tensione continua verso la perfezione assoluta trasforma il desiderio di fare bene in una trappola: ogni errore diventa una colpa, ogni limite una sconfitta. L’ansia di non essere mai abbastanza all’altezza delle aspettative irrigidisce la vita, consuma le energie, corrode la gioia. Questa spinta inflessibile non coincide con l’impegno responsabile né con la cura autentica. Dove domina questa mentalità non c’è spazio per gradualità, apprendimento o indulgenza: tutto viene misurato con un metro assoluto che, inevitabilmente, produce frustrazione e senso di fallimento. Le conseguenze emergono con forza nelle relazioni. Chi vive secondo criteri iper-esigenti tende a pretendere molto dagli altri: risultati impeccabili, comportamenti irreprensibili, standard elevatissimi. Si crea così un clima di tensione permanente, in cui chi sta accanto si sente costantemente sotto esame, mai davvero all’altezza. Con il tempo questa rigidità isola: l’intransigenza allontana e impoverisce i legami.
La ricerca ossessiva della perfezione assume forme diverse. C’è chi pretende l’impeccabilità dagli altri, esercitando un giudizio severo e spesso ingiusto. C’è chi, al contrario, è inflessibile solo con se stesso e vive in una cronica sensazione di inadeguatezza. Altri ancora, paralizzati dalla paura di sbagliare, rinunciano ad agire: non rischiano, non decidono, non iniziano. Quando il valore personale dipende dall’assenza di errori, ogni sbaglio pesa come una condanna e ogni limite come una sconfitta. Serve recuperare il senso della misura, distinguendo tra il desiderio sano di migliorarsi e l’ossessione di non sbagliare mai.
E accettare l’errore come parte del cammino, fissare obiettivi realistici e flessibili, esercitare pazienza verso se stessi e verso gli altri, scegliendo la comprensione al posto del giudizio. E, quando necessario, chiedere aiuto può aprire a uno sguardo nuovo per diventare più veri e aiutare a non vivere come se ogni giorno fosse un esame da superare, ogni scelta una prova definitiva, ogni errore una condanna a morte. Una sapienza antica lo aveva già intuito. Nella Bibbia il Qohelet mette in guardia dall’essere “troppo giusti” e “troppo sapienti”, perché l’eccesso, anche quando si maschera da virtù, finisce per impoverire la vita. La vera saggezza non sta nell’impeccabilità, ma nell’equilibrio: nel riconoscere che il limite non è un difetto da eliminare, bensì lo spazio in cui possiamo finalmente respirare.