Perché Fidel abbandonò il Che?, ¿Por qué Fidel abandoPnó al Chef: è il titolo di un libro di Albert Muller (Universal, 232 pp., 34,67 euro) che è stato presentato all’ultima Fiera del Libro di Miami, e che torna sull’annoso dubbio se Ernesto Che Guevara, tuttora celebrato dal regime cubano come massimo martire della Rivoluzione, non sia stato in realtà mandato al macello apposta perché aveva iniziato a dare fastidio a Fidel Castro, in particolare per le sue critiche all’Urss. Messa così, sembra una fra le tante tesi complottiste che oggi proliferano: con la differenza che non è anti-Usa come la gran parte di esse (dall’11 settembre in poi si è diffusa tra le altre anche la fake che gli americani si sarebbero fatti da soli lo sbarco sulla luna) ma invece colpisce una icona dell’antiamericanismo.
IL BRACCIO DESTRO
Era una tesi che però ripeteva anche Dariel Alarcón Ramírez “Benigno”: il guerrigliero che dopo essere stato il braccio destro del Che in Congo e in Bolivia e l’ultimo dei suoi compagni a vederlo vivo aveva preso il comando dei superstiti, portandoli in salvo in Cile dopo una disperata Anabasi. In rottura col regime e in esilio dal 1994, aveva poi scritto un libro di dura critica al castrismo. Anche l’autore di queste note aveva avuto modo di intervistarlo.
«Lei sostiene che l’appoggio di Fidel alla rivoluzione boliviana si ridusse a una decina di uomini votati al martirio, a qualche arma automatica e a una radio da campo che si guastò quasi subito. Ma è proprio necessario pensare a un complotto? Non basterebbe solo il pressapochismo di Fidel a spiegare il pasticcio?», era stata la mia domanda. «Ci ho pensato e ripensato per anni. Ci mandano nella selva con un programma, e ci vediamo costretti a iniziarne un altro. Fin dal primo momento Fidel sa che il Che è rimasto senza nessun contatto, eppure non fa niente. Il Che va nella salva convinto che il Partito Comunista Boliviano si unirà alla lotta, e invece questo lo ostacola. No, non è stata superficialità. C’era un piano». Esule cubano, Albert Muller a sua volta ha nel libro un prologo scritto da Martín Guevara, nipote del Che. «Gli storici imparziali vedranno la lealtà agli ideali, la testardaggine e l'alto prezzo dell’errore; ma vedranno anche la storia di un tradimento consumato», afferma il figlio di uno dei fratelli del famoso guerrigliero. Insomma, è una ipotesi di sapore complottista, però condivisa anche da collaboratori stretti e parenti del Che.
TRADIMENTI
Strutturato in sette capitoli sostanziosi, nell’introduzione si osserva subito come «la campagna di guerriglia del Che in Bolivia fu una lunga successione di inesattezze, indisciplina, tradimenti e diserzioni, che inevitabilmente portarono al fallimento del progetto di guerriglia e alla morte del Che». Completato con una sezione di citazioni e documenti, una bibliografia completa e una galleria fotografica, il libro racconta la infanzia e adolescenza nella città di Rosario, i noti viaggi in moto attraverso il Sud America e il suo arrivo in Messico, dove incontrò Fidel Castro e suggellò per sempre il suo impegno per la causa rivoluzionaria. Ma alla fine Muller si mette ad analizzare a fondo gli eventi che potrebbero spiegare perché Fidel abbandonò il Che. «Il primo anello della catena dell’abbandono» si sarebbe verificato durante la presenza del Che alla Conferenza afroasiatica del 1965 in Algeria, quando accusò i sovietici di essere «imperialisti e mercantilisti», proprio mentre Fidel stava invece rafforzando i suoi rapporti con loro. «Il secondo anello della catena dell'abbandono» si sarebbe verificato con la «scelta errata e sospetta della Bolivia come luogo appropriato per organizzare il movimento di guerriglia in cui sarebbe stato inviato il Che». «Il terzo anello» sarebbe stata la decisione di Fidel di scegliere Mario Monje, segretario generale del Partito Comunista Boliviano, per sostenere la guerriglia, pur sapendo che era un convinto sostenitore dell'Unione Sovietica. Ma è nel «quarto anello”»che diventa chiaro come il Che non ricevette aiuto quando ne aveva più bisogno: «Il Diario boliviano del Che è il grande accusatore contro Fidel Castro; non sono necessari sotterfugi, speculazioni o invenzioni». Ne è prova il fatto che ogni mese il Che scriveva nel suo Diario: «Non abbiamo ancora alcun contatto con Cuba».
Il libro non è che un esempio recente di una ampia bibliografia sul Che, in cui è particolarmente importante Che Guevara: A Revolutionary Life del giornalista americano Jon Lee Anderson. Fece arrabbiare il governo cubano, che gli aveva concesso sia accesso esclusivo ai suoi archivi, sia il permesso di intervistare la vedova Aleida March, e non ottenne però la «biografia ufficiale impeccabile» che si era aspettato. Al contrario, il regime dell’Avana fu contento per Ernesto Guevara: Tambien Conocido Como El Che: «Ernesto Guevara anche conosciuto come il Che» (ma in italiano intitolato Senza perdere la tenerezza. Vita e morte di Ernesto Che Guevara)di Paco Ignacio Tabio II, scrittore di romanzi gialli ispano-messicano, attivista di sinistra e simpatizzante della Rivoluzione Cubana. Nessuno dei due testi affronta però a fondo il problema del drammatico finale.