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Benito Mussolini, gli appunti scritti prima dell'incontro con Adolf Hitler

I Carabinieri consegnano all’Archivio di Stato le note scritte per il summit di Klessheim. Tra i punti il rimpatrio dei prigionieri
di Marco Patricelli martedì 24 febbraio 2026

4' di lettura

Era cambiato tutto dall’ultima volta che Benito Mussolini e Adolf Hitler si erano incontrati nel castello di Klessheim a Salisburgo per il loro secondo summit in quel luogo, sul tavolo c’erano state le strategie di guerra e la mancanza di identità di vedute, le divergenze sul riassetto politico europeo e l’esigenza italiana di avere subito un aiuto tedesco in armi e rifornimenti. I tedeschi non avevano concesso niente.

Il 22 aprile 1944 i temi sono gli stessi ma il Duce ha un margine d’azione ancora minore. Vuole parlare a Hitler di forze armate, di politica, di economia e lavoro, come l’anno prima: intende costituire quattro divisioni dai soldati italiani rastrellati dopo l’armistizio, è contrario a trasferire in Germania i richiamati delle classi 1924-1925, ritiene necessario che alle reclute vengano assicurati «equipaggiamento e armamento (...) altrimenti la delusione avrà conseguenze disastrose»; e poi lamentare «l’estromissione di ogni autorità italiana dalla province alpine e austriache», ovvero l’Alpenvorland e l’Adriatisches Küstenland, le zone d’operazione di fatto annesse al Reich; vorrebbe anche tutelare «le masse operaie italiane in Germania» e trovare un accordo «per i salari degli operai emigrati», far migliorare il trattamento degli Internati militari e favorire il rimpatrio. Mussolini ha portato con sé gli appunti che adesso i Carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale di Torino hanno consegnato nelle mani dell’Archivio centrale dello Stato di Roma dopo aver recuperato cinque documenti olografi che erano stati posti in vendita all’incanto su incarico di un privato presso una nota casa d’aste torinese, con contestuale richiesta di rilascio di un attestato di libera circolazione.

I manoscritti sequestrati sono stati sottoposti dai Carabinieri RIS di Parma a esami grafologici, assieme ad altri manoscritti recuperati dai militari nel Ntp di Firenze su segnalazione di un privato cittadino, che ne hanno attestato l’autenticità e quindi l’alto valore storico.

NASCOSTI IN TASCA

Pur non essendoci indicazioni di data, l’analisi del testo ha consentito di attribuire ai fogli piegati in quattro per poter essere tenuti in tasca gli appunti sui temi trattati al vertice di Klessheim, il primo tra i due dittatori dopo la liberazione del Duce dall’albergo-prigione di Campo Imperatore del 12 settembre 1943 e la costituzione della Repubblica sociale.

Tra le priorità di Mussolini c’è quella degli Internati militari, i quasi 800.000 soldati italiani (ma lui annota 600.000) deportati nei lager dell’Europa centro-orientale e privati per ordine del Führer dello status di prigionieri di guerra e di ogni garanzia derivante dalle convenzioni internazionali. Per il Reich sono manovalanza a costo zero e oggetto di disprezzo e di ogni possibile arbitrio e crudeltà. Mussolini vorrebbe ricostituire un nuovo esercito fascista, ma ogni sua previsione si è rivelata errata: gli italiani che hanno acconsentito di essere liberati per tornare a battersi per lui sono una trascurabile minoranza, e inoltre i tedeschi non danno alcun credito a quella truppa che pure hanno addestrato. Dal punto di vista economico, la RSI deve pagare alla Germania pesanti spese di occupazione e la sua industria deve lavorare e produrre per i tedeschi.

Quanto alla politica è evidente che Mussolini non ha alcun margine decisionale né autonomia. La repubblica fascista è come se non esistesse, poiché è stata riconosciuta solo dal Reich e dal Giappone, e dai Paesi-satellite come la Slovacchia e il lontano Manciukuò. Il governo del Duce è nominale: lui stesso è sorvegliato, controllato, spiato, persino le sue telefonate con Claretta sono ascoltate dai tedeschi e il suo medico personale è l’ufficiale SS Georg Zachariae. Il 22 aprile a Klessheim quegli appunti restano sulla carta. Un Cinegiornale Luce, enfatico e retorico, parla di «importantissimo incontro che ha portato il disorientamento e il disappunto più palese tra le nazioni demo-plutocratiche che non volevano credere nella pronta riscossa morale e materiale degli italiani.

Esso ha altresì dimostrato come il nostro popolo, in un momento tanto decisivo per le sorti della nuova Europa, abbia ripreso il suo posto di combattimento tra le grandi nazioni del Tripartito».

NESSUNA CONCESSIONE

Al vertice, oltre ai due dittatori, partecipano il Maresciallo Rodolfo Graziani, il collega Wilhelm Keitel, il ministro degli esteri Joachim Ribbentrop, il sottosegretario agli esteri conte Serafino Mazzolini, l’ambasciatore plenipotenziario Rudolf Rahn che è il vero padrone dell’Italia assieme al generale SS Karl Wolff e l’ambasciatore d’Italia a Berlino Filippo Anfuso. Dopo quell’incontro Mussolini il 24 nella base di addestramento di Grafenwohr passerà in rassegna i 600 ufficiali e i 12.000 uomini della divisione San Marco, una delle sole quattro che la Rsi riuscirà faticosamente a costituire. Nessun punto di discussione che ha appuntato sui fogli autografi recuperati dai Carabinieri diviene oggetto di concessioni. A maggio l’ambasciatore Anfuso ricorderà al Duce le miserevoli condizioni dei soldati italiani nei lager tedeschi, che versano in una «situazione fisica, morale e igienica pessima». La Repubblica sociale non riesce a tutelare gli Imi. Il destino dei soldati in grigioverde era stato già deciso a febbraio dal capo dell'ufficio prigionieri di guerra, generale Hans von Gravenitz. Il loro stato cambierà ad agosto ma solo per diventare tutti lavoratori forzati civili.

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