Luca Bottura
La PAM (Psicosi Antifascista Mono-maniacale) ha raggiunto in queste ore una vetta inesplorata: bisogna tirare in ballo il fascismo anche quando si parla degli orrori commessi in nome dell’altro totalitarismo, quello in abito rosso, falce e martello. È una sindrome dadaista, impossibile da raccontare, se non lasciando la parola a due esponenti di spicco di essa.
Costoro si sono esercitati in occasione del Giorno del Ricordo, da sempre disturbanteper il luogocomunismo progressista. È assai arduo, commemorando i massacri delle Foibe, non citare il responsabile, il nascente regime titino. Ma niente paura, la strategia dei resistenti immaginari è semplice, consiste nell’applicazione della regola aurea veltroniana del “ma anche”: si parla (a denti stretti) di comunismo, ma anche (e sempre) di fascismo.
Il primo saggio di questo funambolismo in bilico sull’abisso del ’900 l’ha offerto ieri Michele Serra, nella sua Amaca quotidiana su Repubblica. Certo, «la tragedia delle foibe e l’esodo di decine di migliaia di italiani furono una catastrofe lungamente negata per convenienze ideologiche». Inappuntabile, non fosse la premessa utile a far scattare la congiunzione avversativa.
«Ma quanto accadde è totalmente incomprensibile al di fuori del suo contesto storico». Nota bene: Serra ci sta chiedendo di “contestualizzare” la tragedia irredimibile degli italiani mitragliati, spesso legati tra loro col filo spinato e scaraventati vivi negli inghiottitoi carsici. E quale sarebbe il contesto imprescindibile? Più prevedibile di uno sciopero dei trasporti di venerdì: «L’occupazione dell’Italia fascista di quei territori». Che ci fu, ma nelle Foibe non si accumularono cadaveri di gerarchi, bensì uomini, donne, bambini macchiati dalla sola colpa di essere italiani.
L’altro caso ossessivo, Luca Bottura, si dà arie più pop, e ha condiviso la propria sindrome con un video sui social. In esso, dopo aver citato la «terribile sorte di alcune migliaia di italiani» infoibati da Tito, scarta subito di lato. «Siccome è il Giorno del Ricordo, ne approfitto per ricordare anche - eccolo, l’avverbio chiave, ndr - le decine di migliaia di jugoslavi ammazzati dalle truppe fasciste». Questo per rammentare «chi aveva dato il via a questo innesco di vendetta» dei «partigiani di Tito». Eccolo, l’assurdo storico che diventa chiacchiericcio Instagram: la riconduzione definitiva delle Foibe sotto la galleria degli orrori “fascisti”, in quanto orrore di “vendetta”, di risulta, ancillare.
Peccato che, e lo diciamo col maggior tatto possibile, il 10 febbraio sia stato istituito per rammentare quel crimine specifico lì, la pulizia etnica e l’assassinio di massa degli italiani da mettere sul conto (lo ribadiamo con calma, scandendo le sillabe) dell’ideologia co-mu-ni-sta. Non solo i crimini fascisti li ricordiamo (e giustamente) in una miriade di altre occasioni, ma di fascismo (stra)parliamo anche a ogni stormir d’attualità. Per stare solo agli ultimi giorni, hanno in qualche modo evocato il Ventennio: Sabina Guzzanti a Realpolitik su Rete4 (alludendo graziosamente ai membri del governo che dovrebbero “tornare nelle fogne”); Ilaria Salis per criticare il voto dell’Europarlamento sulla lista di Paesi sicuri in cui rimpatriare gli irregolari; il Pd in un delirante post sulle braccia tese che voterebbero Sì al referendum. Possiamo evitare di scomodare la parola-passepartout almeno di fronte agli inghiottitoi dell’Orrore comunista?