Due sorelle si trasformano in licenziose «operaie che lavorano di notte» per mantenere gli anziani genitori finché la più giovane osa innamorarsi (Le signorine di Bienfilâtre); un ingegnere progetta di colonizzare il cielo per proiettare immagini pubblicitarie per scopi commerciali ed elettorali (L’affissione celeste); un ingegnere progetta un complicatissimo apparecchio per gratificare soprattutto mediocri autori teatrali (La macchina della gloria); i signorotti di due comuni confinanti escono armati per sventare il presunto attacco di una banda di briganti ma, sulla via del ritorno, complice l’oscurità notturna, finiscono per sopprimersi a vicenda (I briganti); a causa della sua sordità, una bella ed elegante signora rinuncia all’amore, preferendo rimanere vedova di un sogno (La sconosciuta). Sono solo alcune delle godibilissime e saettanti visioni offerte dalle ventotto storie radunate sotto il titolo Racconti crudeli (1883) di Villiers de L’Isle-Adam, poliedrico e prestigioso autore francese, inquilino della “mansarde parnassienne”. Il libro, provvidenzialmente pubblicato dall’editore Carbonio nell’insostituibile collana Origine (pp. 280, €21), è tradotto e introdotto con documentata cura specialistica da Bruno Nacci - memorabile la sua versione di Viaggio in Oriente di Gerard de Nerval.
POLIEDRICO
Ambientate nella Parigi fin de siècle e in un tempo antecedente alla nascita di Cristo, questi racconti costituiscono una convincente piattaforma tematica nella produzione letteraria di Villiers, versatile autore forgiato per l’uso di più registri (satirico, umoristico, farsesco, misterico, terrifico, fantascientifico, gotico, romantico, lirico), fino ad anticipare alcune atmosfere del teatro dell’assurdo di Ionesco e Tardieu o quelle più sfumate di Schnitzler e Zweig. Esemplare, sul piano del paradosso, è il racconto Due indovini, dove il direttore di un giornale confessa all’aspirante giornalista di cercare da vent’anni un uomo privo di talento perché nel buon giornalismo l’apprezzamento di un portinaio è preferibile a quello di Dante. Non meno efficace è L’apparecchio per l’analisi dell’ultimo respiro, un giocattolo destinato ai bambini per collezionare il penultimo respiro dei vecchi, così da abituarli, attraverso la ripetizione di quei fiati estremi, alla morte. Sono tutti racconti con varietà di toni dedicati all’arte e all’amore, al teatro e alla critica alla società borghese, firmati da questo scrittore stilisticamente temerario e con una profonda vena antipositivista e antinaturalista.
Protagonista delle cinque narrazioni di Tribulat Bonhomet, per esempio, è un acre positivista che nega la presenza dello spirito e guarda nell’infinito attraverso il buco della serratura. Sarà lo stesso Dio, nel momento del trapasso, a rispedirlo tra gli uomini. Nel folto epistolario di Stéphane Mallarmé Villiers de L’Isle-Adam (1838-1889) è un destinatario privilegiato della sua ammirazione. Di più, perché l’autore del “fauno” lo aiuta materialmente, adoperandosi pure presso gli amici per trovare fondi utili per il suo sostentamento. Mallarmé esalta i suoi Racconti crudeli- bevuti goccia a goccia - in cui si respira una poesia inaudita scritta con la lingua di un dio. Nella conferenza pronunciata pochi mesi dopo la sua morte, Mallarmé riconosce al suo libro più famoso, l’audace romanzo fantascientifico Eva futura, il titolo di eccellenza. Non meno ragguardevole è il suo giudizio sul dramma teatrale in prosa Axël, pubblicato postumo, a cui riserva l’effige di testamento artistico. Non vanno dimenticati gli elogi di Huysmans che, nel suo À rebours, passa in rassegna le opere dell’autore bretone, attribuendogli una «vena di canzonatura macabra e di beffa feroce». Con la sua “aria di festa” ad ogni sua apparizione, l’esuberante e metamorfico Villiers dimostra di essere un vero magister, al punto che Verlaine non manca d’inserirlo nell’antologia I poeti maledetti con questa motivazione: il suo nome non è abbastanza glorioso in tempi che dovrebbero essere ai suoi piedi. Il suo teatro, nonostante l’innovazione di alcune scene peraltro messe in luce dallo stesso Mallarmé, è ingiustamente poco ripagato dalla critica ufficiale. E Villiers è il primo a risentirne.
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Una di queste opere è Axël, dove l’autore tenta di tradurre le sue più alte ambizioni in scansioni liriche e squarci di idealismo e wagnerismo. Alla pari di cattedrali e rivoluzioni costruite a più riprese, Verlaine definisce sia Axël che l’avveniristico Eva futura i suoi capolavori. Grazie alla sua natura composita e al ritrovamento di frammenti del manoscritto dopo la sua morte, Axël resta un’opera di grande suggestione. Originale è l’architettura quasi liturgica divisa in quattro movimenti/mondi: religioso, tragico, occulto e passionale. Protagonisti del dramma sono Sara e Axël, i quali rinunciano alle loro ricchezze e all’avvenire perché «già consumato». Il loro sogno e canto d’amore è così superiore che non può trovare spazio nella misera realtà. Accettare di continuare a vivere sarebbe un sacrilegio verso se stessi. L’epilogo che li attende ha l’univocità de l’option suprême, ovvero la rinuncia alla fede e al sapere per l’assoluto. «Vivere? I servi lo faranno per noi». Dice sorridendo e come in trance, Axël, confermando le parole di Jules Renard, per il quale alcune frasi di Villiers producono l’effetto di un colpo di fucile sparato in testa.




