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Con lo stop dei fondi Ue la Biennale perde 2 milioni

Ultimatum dell'Unione Europea dopo la conferma del padiglione russo. Scontro Kiev-Mosca, interviene pure Zelensky. Salvini: smorzare i toni
di Daniele Priori giovedì 12 marzo 2026

3' di lettura

La Russia ospite alla Biennale è un problema ormai di dominio pienamente internazionale con annessi castelli di polemiche fatte non solo di parole. La Commissione Ue, infatti, ha mostrato per il secondo giorno consecutivo i muscoli, facendo capire con nettezza di voler passare realmente dalle parole ai fatti.

All’indomani dell’invio di missive da Bruxelles a Roma colme di preoccupazioni, allarmi e auspici di ripensamenti, ieri il portavoce del governo europeo, Thomas Regnier si è messo letteralmente a fare i conti, riferendo alla stampa come ammontino a due milioni negli ultimi tre anni i fondi europei del programma “Europa Creativa per i media” destinati alla Biennale. Sovvenzioni che un ritorno della Russia sul lido veneziano metterebbe seriamente a repentaglio.

Soldi a parte - che, peraltro, non sono mai un fattore così secondario – il resto è dibattito geopolitico decisamente caldo. Sull’evento in programma nella prossima primavera in laguna si sono, infatti, scagliati ieri strali se possibile ancor più violenti di quelli del giorno precedente provenienti direttamente dai due fronti di guerra: Kiev e Mosca. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha accusato Mosca di utilizzare eventi globali per dimostrare di non essere isolata. In un’intervista diffusa sui social ha sostenuto che il Cremlino sfrutterebbe anche piattaforme culturali come la Biennale per diffondere propaganda, tornando a fare il parallelo tra Putin e Hitler. Sulla stessa linea il ministro degli Esteri di Kiev, Andrii Sybiha, che ha ringraziato l’Unione europea per una “posizione moralmente chiara”, sostenendo che non dovrebbe esserci spazio per la Russia nelle principali piattaforme artistiche europee mentre è in corso la guerra in Ucraina.

Sul fronte opposto Mosca è tornata a respingere ogni commistione tra politica e arte. I rappresentanti russi hanno puntualizzato che la Federazione non è stata invitata a Venezia, ma partecipa perché proprietaria del proprio padiglione fin dal 1914. In base allo statuto della manifestazione, i Paesi che posseggono uno spazio nazionale comunicano semplicemente la volontà di partecipare e l’istituzione veneziana ne prende atto. Da qui la riapertura del padiglione dopo quattro anni di assenza, con un progetto artistico che gli organizzatori presentano come un festival di dialogo culturale internazionale.
Botta e risposta euroucraino-russo che, ovviamente, non poteva non suscitare anche commenti nell’agone politico italiano.

Tra i primi ad essere interpellato dalla stampa c’è stato il vicepremier Matteo Salvini che alla fine del question time a Montecitorio ha scelto di smorzare i toni, ricordando che «l’arte e lo sport avvicinano e non dovrebbero diventare strumenti di divisione». Una posizione ritenuta fin troppo morbida dalle forze di opposizione Azione e Pd, tornate a chiedere chiarimenti al governo anche se la posizione del ministro della Cultura, Giulia nome del governo è stata esplicitata ed è di netta contrarietà alla presenza russa. Più articolata la posizione del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, che ci ha tenuto a distinguere nettamente tra governo russo e popolo russo. Il primo cittadino lagunare, ribadendo il sostegno «senza se e senza ma» all’Ucraina, ha però anche difeso l’autonomia dell’istituzione culturale: «La Biennale - sostiene - è uno spazio di libertà e dialogo che non può funzionare con logiche di censura proprie delle dittature».

Confronto -scontro che, dunque, non accenna ad abbassarsi e che, in qualche modo, si iscrive a pieno titolo nella storia della Biennale che è da sempre luogo di aspri scontri anche in ambito sociale e politico. Il più simile a quello attuale risale probabilmente al 1977, quando l’ente culturale decise di dedicare una grande mostra al dissenso nei Paesi dell’Europa orientale. L’iniziativa, voluta dall’allora presidente Carlo Ripa di Meana, provocò una vera crisi diplomatica: l’Unione Sovietica protestò ufficialmente con il governo italiano, causando conseguenze politiche anche interne al nostro Paese. Il Pci, infatti, si schierò contro il progetto. Nonostante le pressioni, però, la manifestazione si svolse e divenne un simbolo internazionale di libertà culturale capace di influenzare e non subire la politica. Proprio questo, però, resta il nodo ad oggi più difficile da sciogliere. Come distinguere la libertà degli artisti russi (da preservare) rispetto alla propaganda di guerra del Cremlino che al momento pare preminente. Così come la chiusura tra le posizioni in campo, attorno alle quali sembrano davvero stretti gli spazi per la riapertura di © RIPRODUZIONE RISERVATA un dialogo.

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