Aprire o non aprire, censura o non censura. Il ritorno di una delegazione russa alla Biennale di Venezia ha aperto una voragine (o meglio, una trincea stile Donbass) sia nel mondo dell’arte sia in quello della politica, arrivando a mobilitare i rappresentanti di ben 22 governi, oltre alle stesse istituzioni europee, contro Pietrangelo Buttafuoco, direttore dell’evento che ha difeso a spada tratta la presenza della delegazione moscovita.
Lo scrittore ha rivendicato «l’autonomia di una istituzione che da 130 anni in una città speciale e particolare, qual è Venezia, costruisce il sentiero dove chiusura e censura sono ancora una volta fuori dall’ingresso della fondazione Biennale di Venezia». E per quanto riguarda Libero, la scelta su quale fosse la posizione corretta da prendere sull’argomento pareva semplice. Sostanzialmente, il commento sarebbe stato una fotocopia di quelli già pubblicati per il direttore d’orchestra russo Valerij Gergiev o per il pianista Alexander Romanovsky, ai quali si è stupidamente impedito di lavorare in Italia per le loro posizioni filo-putiniane. Assalti senza senso solo sulla base delle loro posizioni politiche e della nazionalità, simili ai tentati assalti agli artisti israeliani arrivati in Italia durante la guerra a Gaza. Il tutto negando un principio sacro, ovvero che la cultura non dovrebbe essere inquinata dalle scorie della politica e dei conflitti tra i paesi. Né si possono chiedere abiure o patentini politici agli artisti nati nelle nazioni “sbagliate”.
Per quanto riguarda il pasticcio della Biennale, tuttavia, la questione si fa un po’ più complessa. Il rischio di essere presi in giro dalla propaganda russa è diventato tremendamente concreto. E forse studiando un po’ si scopre che la questione è stata un po’ sottovalutata.
A dirigere le danze per quanto riguarda la missione moscovita è Mikhail Shvidkoy, già ministro della Cultura fino al 2004. Parliamo di un tizio che nella sua rubrica sulla Rossiyskaya Gazeta - il giornale ufficiale del regime – ha proposto il ritorno allo stile sovietico per quanto riguarda la censura nel mondo dell’arte, con una progressiva industrializzazione del settore: «Rilanciare l’istituto della censura è un’impresa costosa che richiede non centinaia ma migliaia di illuminati servitori dello Stato», ha scritto alcuni mesi fa. La censura «può preservare un ambiente sano nella comunità creativa». È stato sempre Shvidkoy a parlare della necessità di dare “interpretazione artistica” di quella che Putin ha definito l’“operazione militare speciale”, ovvero l’invasione dell’Ucraina. Inutile specificare che Shvidkoy l’ha esplicitamente appoggiata, criticando gli artisti che hanno lasciato la Russia, gente che ha «reagito emotivamente al lancio dell’operazione militare speciale: non sono politici o strateghi e non comprendono il profondo e lungo processo che ha portato al lancio dell’operazione militare speciale».
Chi ha scelto Shvidkoy come commissaria del Padiglione russo? Anastasiia Karneeva, titolare di un’attività di produzione artistica e organizzazione di mostre chiamata “Smart Art” e fondata nel 2016 assieme a Ekaterina Vinokourova, figlia dell’attuale ministro degli esteri russo Sergei Lavrov. Una coincidenza piuttosto singolare.
In altre parole, non stiamo parlando di una delegazione di semplici artisti russi, ma di una nuova “operazione speciale” diretta dal Cremlino sul fronte dell’arte, con ragioni squisitamente politiche: «Dimostrare che la Russia non è isolata», dice Shvidkoy. Per non censurare, si apre a chi vuole industrializzare la censura e si finisce per farsi usare da chi pensa alla cultura come a un altro strumento di controllo e indottrinamento. Una contraddizione che forse andava valutata con un po’ più attenzione.