Nel cuore di Firenze c’è un luogo dove il tempo, scandito da un silenzio irreale, si fa eterno. Nel Convento di San Marco la luce rinascimentale riverbera sotto una sottile pioggia che cade sul giardino del chiostro rettangolare ed è proprio qui, che Mark Rothko nel 1950, a 47 anni, arriva dall’America con la sua seconda moglie, Mell. La coppia trascorre un intero pomeriggio nel corridoio su cui si affacciano le quarantaquattro celle affrescate da Beato Angelico e dai suoi collaboratori. Rothko ci tornerà anche il giorno seguente e poi nel 1966, impressionato dalla dimensione spirituale di quei dipinti e da una pittura di pigmenti poveri che si spoglia di ogni orpello per arrivare in tutta la sua potenza espressiva a chi la contempla. Spazio e luce diventano tattili, il colore si fa esperienza emotiva.
Durante la visita Rothko prefigura quello che diventerà il punto d’arrivo della sua visione artistica, una pittura che si compie nello sguardo paziente e nel silenzio di chi la contempla. Da domani chi entra nel Convento di San Marco assiste a un evento unico. Vedere accostate cinque opere realizzate da Rothko dopo il viaggio a Firenze a quelle quattrocentesche di Fra’ Angelico, significa essere testimoni di un destino che si compie, respirare un pezzetto di quell’eternità custodita dal Convento. C’è un dialogo fatto di colori, di sfumature, di rimandi, come se Rothko restituisse tutto quello che aveva interiorizzato. Nella prima cella si trova l'affresco Noli me tangere, che raffigura l’incontro tra Cristo risorto e Maria Maddalena nel giardino della Resurrezione. Le parole rivolte da Cristo alla Maddalena segnano un momento di passaggio tra la dimensione terrena e quella spirituale e invitano alla contemplazione del mistero della Resurrezione. Accanto, è presentata l’opera di Mark Rothko (Untitled, 1958) e nel richiamo al colore dell’abito della Maddalena si sente l’eco di una storia personale che si propaga fino a diventare storia collettiva. Un’esposizione unica e irripetibile che da sola meriterebbe una visita e che fa parte della più grande mostra mai realizzata in Italia sul maestro americano.
Organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi, aperta da domani, l’esposizione si snoda verso il vestibolo della Biblioteca medicea Laurenziana costruito da Michelangelo, un altro maestro che ha segnato il percorso artistico di Rothko che di lui scrive: «Michelangelo è riuscito a ottenere proprio quella sensazione particolare che ricercavo: ha fatto sì che i visitatori abbiano l’impressione di essere imprigionati dentro una stanza in cui le porte e le finestre sono murate, cosicché non resta che sbattere la testa contro il muro per l’eternità». Nel vestibolo sono esposti due studi preparatori di Rothko per i pannelli Seagram che avrebbero dovuto rivestire le pareti del Four Seasons di New York, una committenza che gli avrebbe fruttato guadagni stellari che però Rothko rifiuterà. Al pensiero che la sua arte avrebbe fatto da cornice alle cene d’affari di uomini ricchissimi, gli torna in mente la spiritualità degli affreschi di Beato Angelico. Non può essere un lussuoso ristorante il luogo giusto per il racconto del destino umano e così cambia il suo progetto, decide di dipingere «qualcosa che sia in grado di togliere l’appetito a ogni figlio di buona donna che mangerà in quella sala, devono sentirsi intrappolati in una stanza in cui l’unica cosa è sbattere la testa contro il muro». Rothko recupera il ricordo dello spazio angusto del vestibolo michelangiolesco, lavora per oltre due anni, produce una quarantina di opere che non darà mai al ristorante ma consegnerà alla Tate modern di Londra.
Nelle dieci sale di Palazzo Strozzi è possibile ripercorrere la crescita dell’artista nato nell’impero russo nel 1903, ultimo di quattro figli frequentò la Talmud Torah, la tradizionale scuola ebraica, fino ai suoi dieci anni, quando la famiglia fu costretta a fuggire negli Stati Uniti. Il piccolo Mark (il cui vero nome è Marcus Rothkowitz) non si sentirà mai a casa in America e forse in nessun luogo e questo senso di non appartenenza, di indefinitezza ritorna nelle opere della sua maturità, nei bordi smarginati dei rettangoli, nello sconfinamento dei colori, nel loro sciogliersi l’uno nell’altro.
A palazzo Strozzi sono riunite 63 opere (cinque sono al Museo di San Marco, due alla Biblioteca Laurenziana) che arrivano da prestigiose collezioni private e dai più importanti musei internazionali (il MoMA, il Metropolitan Museum di New York, la Tate di Londra, il Centre Pompidou di Parigi e la National Gallery Art di Washington), molte di esse non sono mai state esposte in Italia. «Rothko ha ridefinito il linguaggio della pittura del ’900, trasformando il colore in esperienza, spazio e meditazione», spiega Arturo Galansino, direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi. «Questa mostra è un progetto unico, concepita per Palazzo Strozzi, ed è nata dal desiderio di offrire un incontro profondo con la sua ricerca, ricostruendo nelle nostre sale tutte le principali fasi della carriera di Rothko, attraverso una ampia selezione di opere e mettendo in dialogo la potenza silenziosa della sua arte con la storia della città».
Le dieci sale attraversano i diversi momenti della ricerca dell’artista, dalle opere degli esordi emerge l'interesse di Rothko per una dimensione simbolica e psicologica della figura e per l’impianto compositivo rinascimentale come in Interior (1936) in cui è evidente il richiamo alla tomba di Giuliano de’ Medici di Michelangelo nella Sagrestia Nuova di San Lorenzo. A queste si affiancano i lavori neo-surrealisti degli anni Quaranta, preludio alla dissoluzione della forma in quelli che verranno detti Multiforms, campi di colore sospesi sulla tela che segnano il passaggio verso la totale astrazione. Nelle successive grandi tele come No.3 / No. 13 (1949) del MoMA di New York, o Untitled (1952-1953) del Guggenheim Museum di Bilbao, la luce e il colore invitano alla meditazione. Negli anni seguenti la tavolozza si fa più raccolta, dai verdi e blu fino ai toni bruni e rossi della fine degli anni ’60.
Potremmo descrivere ogni opera, soffermarci sulla tecnica della sovrapposizione del colore, ma arrivati alla fine di questa mostra, con il taccuino pieno di appunti, ci rendiamo conto che di Rothko non va spiegato troppo. Del resto, ha sempre rifiutato una lettura formale della sua opera. Per lui, considerato un gigante dell’espressionismo astratto americano, il colore era un mezzo per esprimere le emozioni dell’uomo, dalla tragedia all’estasi. Voleva che le sue tele fossero appese in modo da poter essere osservate, perché chi le guarda possa esserne inglobato. Rothko chiede tempo e silenzio. C’è tempo fino al 23 agosto per perdersi (o ritrovarsi) nei dipinti di quest’artista la cui inquietudine divenne disperazione. Il 25 febbraio del 1970 si tagliò le vene dopo aver ingerito due flaconi di sonnifero nel suo studio di New York, sulla 69esima strada.