Eallora che sorga il «proletariato dei geniali». Quelli che collaborano con lo «sviluppo del macchinario industriale» portando al «massimo di salario» - altroché minimo - «e quel minimo di lavoro manuale che, senza diminuire la produzione, potranno dare a tutte le intelligenze la libertà di pensare, di creare, di godere artisticamente». È tornato in libreria F.T. Marinetti, chi altro poteva surfare come avete letto nelle righe precedenti tra le ideologie del ’900, con Al di là del Comunismo (64 pp.; 10,00 euro) ristampato da Eclettica. L’edizione originaria è del 1920, l’anno dopo il primo scritto politico di Marinetti Democrazia futurista, e il grido è chiaro.
«Odiamo la caserma militarista quanto la caserma comunista. Il genio anarchico deride e spacca il carcere comunista». Un grido di invocazione al dinamismo estetico, all’individualismo anarchico e all’arte come forza generativa e trasformativa del mondo. Una libertà creativa e virile da contrapporre alla necrosi burocratica contro la quale viene eretto anche il concetto di patria ovvero «un’idea generosa, eroica, dinamica, futurista». In questo salto dottrinario, da cui Marinetti non viene disarcionato, c’è spazio per l’esaltazione dei cubofuturisti gli adepti dell’avanguardia, datata 20 febbraio 1909, della Russia bolscevica.
C’è il racconto di otto conferenze tenute tra Mosca e San Pietroburgo e i treni di Lenin che «furono dipinti all’esterno con dinamiche forme colorate simili a quelle di Boccioni, di Balla e di Russoio». Mentre l’orizzonte politico è indiscutibile: a morte il papato, la monarchia, il senato, il parlamento e soprattutto il matrimonio. Alla ricerca, allora, del motore dell’ingegno «un alcool di ottimismo esaltatore, che divinizzi la gioventù, centuplichi la maturità e rinverdisca la vecchiaia». Un profumo che tutti devono poter udire. Il testo è impreziosito con, in appendice, lo scritto Il nostro bolscevismo - contenuto in I nemici d’Italia - di Mario Carli.