Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo ampi stralci dell’introduzione di Claudio Risé al suo libro “La guerra è in noi”, appena uscito per Signs Books
Forse è vero che le guerre non finiranno mai, e che se finissero sarebbe un guaio. La guerra è, infatti, la trasposizione politica e collettiva del conflitto individuale tra bene e male, che in sé è ineliminabile nell’essere umano, ognuno diverso dall’altro, e in continua trasformazione. Se l’individuo non impara a discutere, anche energicamente, con sé stesso, e naturalmente con il proprio ambiente, non può crescere e sviluppare la propria personalità. Accettare passivamente la realtà è la stazione di partenza del disturbo psicologico, anche grave, perché non valorizza le specifiche differenze dell’individuo, che sono le sue autentiche potenziali ricchezze, per sé e per la società in cui si trova. $ solo reagendo che prende forma la sua personale “guerra” al mondo – che già il bambino deve riconoscere mediando con la famiglia e la società attorno a sé, e trovando così gradualmente la propria pace e realizzazione – che se autentica potrà dare contributi positivi alla famiglia e alla società, oltre che a sé stesso. $ però sempre nell’ignoranza di questo profondo bisogno – che la modernità oggi soffoca con impegno particolare, sopprimendo le potenzialità dei bambini con oggetti materiali e informazioni del tutto estranei a loro, trasmessi da fornitori avidi e invadenti tipo smartphone o simili – che viene alimentato il confuso ribellismo dei piccoli cui non è stato dato il tempo e il modo di ascoltare sé stessi, valorizzandosi.
La mia attenzione a come trovare con la guerra un rapporto sensato poté giovarsi dell’aiuto fornitomi dal primo rapporto che ebbi con lei verso i tre anni, quando dal Bomber Command britannico partì un attacco aereo a Milano mentre mia madre m’aveva portato, con mia sorella, maggiore di me di 8 anni, in visita a un prozio (poi molto amato) in piazza Borromeo. Le bombe cominciarono a tuonare improvvisamente, senza preavviso, con scoppi e fragori che mi parvero provenire da un altro mondo. Ci riparammo in fretta in cantina; era comunque chiaro che la vita potesse finire lì, o magari continuare storpiandoci in qualche modo. A fare tutto questo baccano (e gettarci, dopo le fiamme, sulla strada del ritorno a casa) erano la guerra tra l’Italia e i suoi nemici del momento, e tra la vita e la morte di chi ci andava di mezzo, tra cui me, già da subito. Roba potente, certo fuori dalla mia portata. Ciò che mi dava più fastidio, però, erano le urla disordinate di mia sorella. Gridare dava solo fastidio.
Ora che ne scrivo, mi viene in mente il secco “tirèm innanz” (“andiamo avanti”) che Amatore Scesa, tappezziere e patriota milanese, durante l’occupazione austriaca dell’800 rispose al soldato che gli proponeva la libertà in cambio dei nomi dei ribelli suoi amici. La storia è un succedersi di guerre, o di insurrezioni per farla o liberarsene, e di paci faticosamente raggiunte e poi perdute, come racconta il Lamento della pace che il filosofo e teologo Erasmo da Rotterdam scrisse nel 1517.
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In questo libro sono presenti due diversi studi su questo inquietante e affascinante aspetto della storia umana. Il primo, “Psicanalisi della guerra. Individui, culture e nazioni in cerca d’identità” (Red Edizioni, Como, 1997), presenta i diversi aspetti specifici delle guerre, generate spesso da nostalgie e bisogni nati dall’allontanamento delle culture politiche dal la natura, che viene sostituita da produzioni astratte di tipo scientifico, tecnologico e intellettuale. La perdita di relazione con la materia e i suoi simboli comporta però anche il prodursi di nostalgie e ricerche di ritrovamento del sacro arcaico e naturale, il quale a sua volta può ispirare conflitti di nuovo tipo e con diversi contenuti e sviluppi. Il secondo libro qui presentato, “La guerra postmoderna. Elementi di polemologia (Editrice Tecnoscuola, Gorizia, 1996)”, raccoglie le lezioni e i lavori del Corso di Laurea in Scienze Diplomatiche da me svolti alla Facoltà di Scienze Politiche di Trieste nell’ambito del Corso di Laurea di Scienze Diplomatiche, a Gorizia, negli ultimi anni del ‘900.
La Polemologia, fondata dal sociologo e scienziato politico francese Gaston Bouthoul dopo la Seconda guerra mondiale con il suo particolare taglio sociologico e antropologico, autonomo dagli studi correnti negli studi delle Scienze politiche attente soprattutto ai modi e tecniche delle guerre, consente di comprendere meglio le dinamiche delle guerre contemporanee per la sua più profonda attenzione ai loro attuali aspetti psicologici ed etnologici, espressione delle nuove visioni e forme di organizzazione del mondo, in corso durante e dopo lo smontaggio dei grandi imperi coloniali a seguito della Seconda guerra mondiale. Nelle organizzazioni politiche delle nazioni etniche protagoniste di queste guerre della fine del Novecento comparvero, con crescente impegno, forze e valori più intense e anche profonde di quelle d’uso nelle diplomazie tradizionali: la fratellanza, la determinazione, la fede religiosa. Energie tuttora presenti e in via di recupero in un mondo in veloce trasformazione.